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Gli eventi di AssoCounseling


 
In merito al dibattito che si sta finalmente aprendo sul counseling anche fra non specialisti mi pare importante mandarvi questo contributo per spiegare la differenza tra counseling, coaching e psicoterapia. Se infatti per alcuni addetti ai lavori le caratterizzazioni di ciascun approccio sono chiare, per “l’opinione pubblica” comprendere e fare le differenze è spesso difficile e fonte di confusione.

Anche nell’ottica di una valorizzazione e distinzione di ciascun approccio, una chiara differenziazione di ambito di intervento e di modalità operative è utile e merita la più ampia diffusione possibile in modo che clienti e pazienti, psicologi e operatori delle relazioni d’aiuto, consulenti e organizzazioni aziendali, enti pubblici e associazioni di volontariato sappiano a chi rivolgersi.

Che cos’è il Counseling e che differenza c’è con il Coaching e la psicoterapia?
C’è molta confusione in giro e, a dire il vero, come sempre succede quando si sente odore di business, anche chi organizza i corsi fa la sua parte per creare un gran fumo.

Cominciamo con il Counseling?
In molte nazioni europee il Counseling è una professione d’aiuto riconosciuta dallo Stato, cosa non ancora attuata in Italia, come quella di psicoterapeuta. I Counselor si occupano di persone sostanzialmente sane che hanno bisogno di colloqui di sostegno o di aiuto per affrontare problemi relazionali o anche psicologici senza la necessità di una cura di tipo psicoterapeutico o farmacologico che richiederebbe interventi e setting diversi e normalmente più lunghi.

Riporto qui la definizione scritta nel suo depliant da Francesco Aprile, uno dei diplomati della nostra scuola:
Quando stai vivendo un momento ingarbugliato e hai bisogno di rimettere le cose a posto, un counselor, attraverso l'ascolto attivo e specifiche tecniche di colloquio, ti sostiene nel ritrovare le tue energie interiori per ripartire. Ad ognuno di noi può capitare di attraversare momenti difficili e confusi in cui capiamo di avere bisogno di un sostegno più efficace del semplice “momento di sfogo con l'amico del cuore”. Un counselor, dunque, ti aiuta a scegliere senza scegliere al posto tuo. Ti aiuta a ripartire lasciandoti la responsabilità dei tuoi passi. Ti sostiene nel cambiamento e nel recupero delle tue “energie sopite” nei momenti chiave della tua vita. Il percorso di counseling è quindi per definizione contenuto, legato ad un obiettivo di cambiamento specifico e può essere applicato alle diverse dimensioni della vita: relazioni familiari e/o di coppia, vita professionale, ecc.
Si tratta quasi sempre di aiutare la persona ad uscire da comportamenti secondo un Copione prestabilito e rigido, come diciamo noi, e sviluppare risorse personali frustrate nell’infanzia in funzione di comportamenti adattivi necessari allora, ma oggi obsoleti o addirittura negativi. Nelle aziende poi c’è un malessere diffuso che specie agli alti e medi livelli non ha trovato fino ad ora figure professionali in grado di fornire un aiuto reale. Spesso cambi di ruolo e promozioni mettono le persone di fronte ai loro limiti o anche esasperano difficoltà rimaste nascoste fino ad allora: ricorrere agli psicoterapeuti è spesso per quelle persone una insopportabile dichiarazione di resa o di patologia e finiscono per cercare la soluzione in una pericolosa farmacopea “fai da te”.

E d’altra parte, se i corsi di formazione sono in genere un ottimo strumento di crescita culturale, di fronte a difficoltà individuali possono solo, nel migliore dei casi, fornire un po’ di consapevolezza del problema.

In questi casi il counselor è una figura utile ed efficace: quando è ben preparata ed esperta è la figura professionale giusta per dare un aiuto immediato oppure aiutare a maturare una scelta “curativa” diversa, a seconda delle necessità.

Molte società di consulenza cominciano ad offrire colloqui di counseling accanto o a conclusione delle attività di formazione, out sourcing e selezione, così come molte aziende stanno mettendo a disposizione dei propri quadri e dirigenti delle sedute di counseling nei momenti di passaggio di ruolo.

Quello che bisogna però dire è che aiutare le persone, in qualunque modo venga fatto e in qualunque contesto, come sportello d’ascolto, come volontariato, come colloquio a fronte di una crisi sul lavoro, come supporto per un divorzio, come consulenza per genitori di bambini problematici, come aiuto per la perdita di un lavoro, come miglioramento di performance sportiva ecc. è un’attività difficile e delicata, in cui la buona volontà, l’altruismo … e la pazienza non bastano.

Teniamo presente che nemmeno un laureato in psicologia è formato alla relazione d’aiuto, non conosce la metodologia di un colloquio che non sia diagnostico, non conosce le tecniche di intervento possibili, e ce ne sono ormai tante, e soprattutto di solito non ha fatto un percorso personale di psicoterapia che lo metta in grado di essere equilibrato, non proiettivo, non influenzante o contaminato dai suoi stessi problemi, mentre si relaziona a una persona in difficoltà.

Aiutare le persone in modo professionale dunque richiede alcune prerogative indispensabili, provo a riassumerle:
  • avere un orientamento di base della propria personalità di tipo altruistico;
  • aver fatto un percorso psicoterapeutico orientato alla consapevolezza di sé, all’equilibrio individuale e a modalità relazionali rispettose e paritarie;
  • conoscere le basi del comportamento umano;
  • conoscere le dinamiche interpersonali e i comportamenti adeguati alla loro gestione;
  • conoscere le metodologie di un colloquio d’aiuto;
  • conoscere le tecniche per aiutare le persone a individuare opzioni alternative di comportamento (problem solving);
  • conoscere le tecniche per sviluppare le potenzialità (empowerment);
  • saper individuare rapidamente comportamenti disturbati per orientare le persone alle cure più appropriate;
  • mantenere un rapporto di supervisione con persone più esperte
Dunque chiunque voglia intraprendere una professione d’aiuto dovrebbe seguire un percorso che preveda la realizzazione di queste condizioni.

Di fatto la maggioranza di chi frequenta il nostro corso triennale “il counseling e le professioni d’aiuto” non diventa un counselor professionista, con un suo studio privato, una sua clientela ecc. ma continua a fare il proprio lavoro: l’educatore, la psicomotricista, il mediatore familiare, il formatore, il selezionatore, il medico, lo psicologo, il selezionatore, il direttore del personale, il dirigente di comunità, l’assistente sociale, l’infermiere, ecc., lo fa però sapendo, quando necessario, fornire un supporto professionale ed efficace anche per l’evoluzione e la crescita delle persone.

Non dobbiamo nemmeno dimenticare che spesso, quando entriamo in contatto con il dolore o l’infelicità, ne siamo coinvolti emozionalmente ed essere preparati a fronteggiare situazioni difficili aiuta anche l’operatore a non venire travolto dai problemi che dovrebbe aiutare a risolvere.

Essere formati significa anche saper mantenere il proprio benessere intatto in modo da non finire rapidamente in burn out e abbandonare il lavoro.

Aiutare gli altri è un’attività umana bellissima e piena di soddisfazioni, ma solo se si è messi in grado di farla bene e si hanno le qualità umane per esercitarla.

Detto questo è ovvio che un corso triennale, l’analisi personale e la supervisione almeno per i primi tempi di attività è indispensabile, e questo facciamo al Centro E. Berne e in tutte le scuole accreditate da AssoCounseling.

Poi ogni tanto leggo di corsi di counseling che durano qualche mese o un anno e mi cascano le braccia.

Come minimo direi che chi è interessato dovrebbe, se si rivolge a un counselor chiedere che corsi ha fatto, dove, e se è iscritto alle associazioni professionali come Assocounseling che ha un suo codice etico, un suo registro privato dei counselor, un suo esame per i diplomati, una sua lista delle scuole autorizzate con corsi triennali, un suo obbligo di tirocinio, supervisione e aggiornamento professionale.

Mica poco come garanzia di serietà per chi è iscritto.

E il Coaching?
Il coaching è nato come un affiancamento in azienda di una persona più esperta per un certo lavoro e infatti come attività di formazione è attualmente orientata a manager o responsabili delle Risorse Umane che intendono utilizzarlo come una delle leve strategiche per lo sviluppo dei propri collaboratori. Raramente si tratta di una professione, è per lo più una capacità di guida e supporto per le risorse aziendali che si affianca ad altre attitudini e competenze gestionali.

I corsi, che possono durare qualche mese o un anno, formano soprattutto alla diagnosi delle problematiche di ruolo, della definizione dei gap fra prestazione offerta e richiesta e all’uso di tecniche comportamentali per il problem solving e lo sviluppo di alcune potenzialità tipiche per il successo nel mondo produttivo.

Si parla però di coaching anche a proposito di attività temporanee di affiancamento per l’inserimento di persone in un certo ruolo professionale.

La necessità di incontrare un coach deriva dal fatto che se una persona necessita di un salto di qualità reale su alcune capacità strategiche, che possiede solo in parte, può essere aiutata da una persona esperta che conosca approfonditamente le problematiche di ruolo di quell’organizzazione specifica per aiutare a sviluppare i comportamenti voluti.

Di solito viene fatto un bilancio di competenze, un percorso mirato a fare pratica di certi atteggiamenti, un allenamento “sorvegliato” nel tempo, un supporto nei momenti difficili e poi simulazioni, role play e tecniche comportamentali.

Rispetto al counseling, anche se devo dire che questo dipende molto dalla persona che si incontra e dal suo orientamento valoriale, siamo nell’area dello sviluppo delle capacità professionali che non necessariamente tiene conto dell’intero individuo e delle sue problematiche di personalità.

La formazione psicologica per i coach, del resto, è ridotta all’osso e le persone che frequentano queste scuole non hanno di solito una formazione umanistica, ma manageriale.

Mi sembra comunque di poter dire che le scuole di counseling e di coaching non sono necessariamente in concorrenza fra loro, capita spesso che diplomati in una delle due scuole completino poi un percorso nell’altra, sono corsi di portata e intensità diversa, con un coinvolgimento ed una crescita anche personale diversa, in genere quelli di counseling possono fare da base con una formazione relazionale, psicologica, metodologica per lo sviluppo della personalità su cui innestare approfondimenti di metodiche più specifiche per la vita aziendale.

Peraltro non c’è dubbio che un dirigente d’azienda di alto livello, per esempio, per affidarsi in un percorso di sviluppo personale, ha bisogno sì di avere un interlocutore di età adeguata, e certo con una competenza elevata dei processi organizzativi aziendali, ma anche e soprattutto di una persona particolarmente esperta dei complessi meccanismi psicologici che limitano le potenzialità e l’equilibrio delle persone.

E la psicoterapia?
Quando dico che faccio lo psicoterapeuta quasi sempre i non addetti ai lavori mi domandano come faccio ad ascoltare continuamente persone che si lamentano, che stanno male, che portano sofferenza e disagio anche rilevanti.

Si immaginano un lavoro logorante, pesante, opprimente. E’ incredibile, forse hanno in mente ancora lo psicoanalista classico, una specie di prete serio e silenzioso, contegnoso e austero.

Insomma hanno un’idea della psicoterapia come una specie di calvario, un percorso di sofferenza pieno di trappole in cui il paziente (molto paziente) viene condotto alla ricerca di una sua qualche mostruosità interiore da estirpare. Ma chi mai farebbe da Virgilio in un inferno simile?

In realtà durante i primi incontri è pur vero che uno psicoterapeuta deve in genere ascoltare con attenzione e vicinanza lunghe storie di dolore e difficoltà, ma poi prevale di gran lunga il tragitto verso la rinascita.

Più che a contatto con la sofferenza io mi sento a contatto con la gioia della cura e della guarigione. Per me è un lavoro bellissimo.

Non ci sono tanti lavori così, e questo vale anche per il counseling, in cui si prende per mano qualcuno e si cammina al suo fianco verso una vita nuova. E di cui poi se ne ha anche qualche merito.

Un altro bel pregiudizio riguarda il contenuto del lavoro: molti credono che si tratti di un percorso intellettuale, astratto, tutto mentale, credono che si vada dallo “strizzacervelli”, (termine veramente incongruo!), per pensare e approfondire, una specie di minuziosa indagine del profondo, dove lo psicoterapeuta ti spiega non solo le tue idee, ma anche come sei fatto e ti racconta per bene come dovresti essere.

Si immaginano per lo più delle conversazioni un po’ astruse sui massimi sistemi, cervellotiche elucubrazioni interminabili, anche se certo affascinanti, per un certo pubblico intellettuale. Del resto molta letteratura, pressoché incomprensibile ai comuni mortali, è lì a confermare tutto questo.

Una prima parte della terapia serve a conoscersi reciprocamente e a trovare una sintonia, un’alleanza verso un obiettivo di consapevolezza e di cambiamento che deve essere condiviso.

Dobbiamo creare una sorta di comunione di intenti e di metodo.

Si lavorerà insieme e dunque l’obiettivo, e il modo in cui lo si persegue, deve essere condiviso. Dobbiamo pensare che il paziente e lo psicoterapeuta sono fisicamente e umanamente fianco a fianco e che l’itinerario che si farà sarà sempre chiarito, passo dopo passo.

Poi, dopo un po’, quando il paziente è pronto (e d’accordo) entra in un gruppo, almeno per chi fa psicoterapia di gruppo, come da noi.

Entra in un gruppo in genere di otto persone, preesistente e già formato da anni, con una sua cultura speciale, con proprie usanze e modelli di relazione, il luogo ideale per fare terapia, secondo noi.

Man mano che le persone si aprono e parlano di sé anche i comportamenti più devianti e difesi, più limitati e problematici, svelano la loro ragion d’essere storica, mostrano da quale ambiente familiare inappropriato sono derivati, da quali traumi e mancanze d’amore scaturiscono. A tutti diventa chiaro che quelle sofferenze (non mi va proprio di chiamarle patologie) hanno un’origine, un nome, un cognome e un indirizzo di partenza, un tempo d’incubazione e di conferma che le ha rese, in un certo senso, inevitabili.

Così nei gruppi si impara a capire l’altro e a guardarlo con compassione e tenerezza. E anche il singolo lo fa: comincia a volersi bene e ad accogliersi, a capire che se pure è diventato così, così non era all’origine, e dunque cambiare si potrà. Questo è spesso il momento delle lacrime e dei singhiozzi o delle rabbie finalmente liberate o delle paure non più represse.

La pentola si scoperchia pure, ma tutto questo avverrà insieme ad altri che ti conoscono intimamente e che ti accoglieranno. Ci sarà qualcuno che tiene la mano, qualcuno che contiene e protegge, qualcun altro che piange con te, perché è stato, o è, come te.

E poi il gruppo sarà il luogo dove cominciare a sperimentare subito, proprio qui davanti a tutti, i nuovi permessi mai ricevuti, le nuove modalità di relazione sane e finalmente soddisfacenti.

Alle lacrime e alle urla si sostituiscono i sorrisi, il vittimismo è rimpiazzato dal coraggio e dalla presa di responsabilità. Presto si capisce che ora tocca a ciascuno prendere la vita nelle proprie mani e cambiare se stesso, mentre il terapeuta è lì a far scoprire diverse opzioni, nuove libertà, altri modelli di comportamento, nuove possibilità.

E poi vorrei essere esplicito anche di più: gli esiti delle psicoterapie non sono squarci di conoscenza e consapevolezza, non solo almeno, il finale è un cambiamento concreto, bello evidente, di quelli da raccontare.

C’è chi riprende a fare l’amore, chi smette di scappare dalle relazioni, chi trova finalmente un lavoro soddisfacente, chi dimagrisce e sconfigge l’obesità e chi ingrassa un po’, chi dorme dopo anni d’insonnia, chi impara ad amare se stesso e chi il prossimo, chi si trova un amore e chi resta finalmente incinta, chi sente le emozioni e alla buon’ora ride, chi smette di avere paura e di nascondersi, chi impara ad avere rapporti intimi e chi a difendersi dall’invadenza degli altri, chi smette di lavorare come uno schiavo e chi impara a lavorare e a concludere qualcosa nella vita, chi diventa grande e chi ricupera la propria parte bambina, chi compra finalmente casa e chi invece da casa se ne va, chi riconquista la propria mascolinità e chi la propria femminilità, chi si accetta com’è e chi smette di accontentarsi di com’è.

Ma counseling e psicoterapia, a parte il gruppo, non si somigliano un po’ ?
Il counseling e la psicoterapia, in effetti, per come li intendiamo noi, hanno molto in comune e sono molto più vicine fra loro di quanto sia il coaching. Per questo molti psicologi si iscrivono a entrambi i corsi, scegliendo, più che altro, a che tipo di persone vorranno offrire in futuro il loro aiuto. L’obiettivo è per entrambi la crescita delle persone e lo sviluppo di capacità frustrate e dimenticate, mentre la differenza riguarda il tipo e la gravità dei problemi portati. Uguale dev’essere l’atteggiamento di accoglienza incondizionata della persona con i suoi valori e i suoi comportamenti, il lavoro concordato verso un obiettivo sempre condiviso e “alla luce del sole”, un percorso che prevede sempre l’informazione continua su quanto si sta facendo e perché. E il finale di consapevolezza e accettazione di sé.

Ma anche le differenze sono precise ed evidenti.

La psicoterapia si occupa di persone che necessitano di una ristrutturazione profonda della personalità, che manifestano disturbi e sofferenze rilevanti, non temporanee, che possiamo anche definire nevrotiche. Per questo la durata, il setting, le metodologie di intervento e le tecniche sono diverse.

Spesso si tratta di un cambiamento rilevante che ha bisogno di essere stimolato, ma anche seguito e monitorato a lungo, sia perchè si stabilizzi nel tempo, ma anche e soprattutto perché implica cambiamenti così profondi da riversarsi in tutte le aree della vita delle persone, investendo il lavoro, le relazioni affettive e familiari.

Per questo siamo particolarmente contrari a seminari e workshop episodici che pur, emozionanti, drammatici e coinvolgenti, lasciano poi le persone sole e senza appoggio per la gestione delle “rivelazioni” emerse.

La ristrutturazione profonda della personalità, del resto, richiede una relazione molto intensa (transferale) con lo psicoterapeuta che venga vissuta con sufficiente coinvolgimento da rappresentare una nuova “relazione primaria” che riesca a cambiare alla base, rivivendoli, atteggiamenti e comportamenti strutturati nell’infanzia. Per questo serve un rapporto lungo e costante, per favorire, quando serve, momenti di regressione per recuperare vissuti antichi rimossi.

Tutto questo ovviamente è da evitare in una relazione di counseling che si deve invece mantenere in un livello cognitivo, anche se non si esclude affatto un riesame accurato degli automatismi negativi strutturati nell’infanzia per verificarne l’attualità e l’utilità.

In ogni caso stessa è la cura che ci si deve mettere, stessa la supervisione necessaria all’inizio e periodicamente, stessa la passione per gli altri, stessa l’attenzione a non spingere più del necessario, stesso l’equilibrio e l’OK ness di chi esercita la professione, e poi, stessa la gioia della scoperta e del cambiamento.

Giorgio Piccinino è partner del Centro Berne, sociologo, psicologo e psicoterapeuta, coordina il corso di formazione “Il counseling e le relazioni d’aiuto” e partecipa alla gestione della scuola di specializzazione di Psicoterapia a indirizzo Analitico Transazionale. E’ autore del libro “Il piacere di lavorare”, ed. Erickson, su come sviluppare le capacità di riuscire ed essere felici sul lavoro.

Questo articolo è una sintesi di un’intervista a Giorgio Piccinino del settembre 2009 pubblicata sul sito web tibicon.net (n.d.r.).

titolo: Counseling, coaching e psicoterapia
autore/curatore: Giorgio Piccinino
argomento: Professione
fonte: Tibicon
data di pubblicazione: 11/06/2010
keywords: Giorgio Piccinino, counseling, coaching, psicoterapia, psicologia, differenze, affinità, competenze, definizione

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