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Gli eventi di AssoCounseling


 
Referndum sull'articolo 21: lettera agli psicologiCarissimi colleghi counselor, vi invio una bozza di lettera che ho preparato per informare gli psicologi su cosa sta accadendo in relazione alle modifiche del codice deontologico dell’Ordine degli psicologi (articoli 1, 5 e 21) che saranno sottoposte a referendum alla fine di maggio. La invio ai counselor perché siano al corrente, ma anche perché informino correttamente gli psicologi con cui entrano in contatto di cosa realmente si sta discutendo.

Ecco la nuova formulazione dell’articolo 21:
- L’insegnamento dell’uso di strumenti conoscitivi e di intervento riservati alla professione di psicologo a persone estranee alla professione stessa costituisce violazione deontologica grave.
- Costituisce aggravante avallare con la propria opera professionale attività ingannevoli o abusive concorrendo all’attribuzione di qualifiche, attestati o inducendo a ritenersi autorizzati all’esercizio di attività caratteristiche dello psicologo.
- Sono specifici della professione di psicologo tutti gli strumenti conoscitivi e di intervento relativi a processi psichici (relazionali, emotivi, cognitivi, comportamentali) basati sull’applicazione di princìpi, conoscenze, modelli o costrutti psicologici.
- E’ fatto salvo l’insegnamento di tali strumenti e tecniche agli studenti dei corsi di studio universitario in psicologia e ai tirocinanti. E’ altresì fatto salvo l’insegnamento di conoscenze psicologiche.

Di che cosa si tratta? Naturalmente di una iniziativa per combattere le scuole di counseling e la professione di counselor!

L’Ordine degli psicologi nella sua attuale dirigenza nazionale e in alcune sue sedi territoriali si è preoccupato da qualche anno dei problemi di occupazione degli psicologi – un’ottima idea naturalmente – vista la quantità di persone che ancora non si rivolgono ai professionisti delle relazioni d’aiuto e preferiscono incontrare maghi, astrologi e religiosi di tutti i tipi quando hanno dei problemi esistenziali o psichici. Solo che nell’ottica dell’Ordine il nemico da battere e abbattere non è un’arretratezza culturale, ma una delle più interessanti e nuove (per l’Italia) professioni emerse negli ultimi anni: il counseling.

Una battaglia già inutile visto che il counseling è in tutta Europa una professione consolidata e che in Italia è stata recentemente disciplinata – insieme a tutte le altre così dette professioni non regolamentate, ovvero prive di un Ordine professionale – da una Legge dello Stato: la L. 4/2013. Lo Stato italiano con questa nuova Legge si è orientato verso un sistema non ordinistico o autorizzatorio (lascito ormai antico e illiberale del fascismo), ma accreditatorio, come in tutta Europa, per cui potranno essere le associazioni professionali di categoria, tipo AssoCounseling, ad accreditare scuole, definire la formazione, vigilare sulla professionalità e la competenza.

A questo punto l’Ordine degli psicologi non poteva far più nulla contro i counselor (e ha infatti anche perduto una causa molto chiara e definitiva a Lucca, di cui non si parla mai, proprio su un ipotetico abuso di professione) se i counselor si attengono ai loro atti caratteristici ben chiari e differenziati rispetto a quelli di psicologi e psicoterapeuti, di cui parleremo più avanti. Dunque non sussiste più l’abuso di professione psicologica in quanto la professione di counselor è altro.

Purtroppo l’Ordine non si è fermato e continua la sua battaglia minacciando di radiazione gli psicologi stessi iscritti al proprio Ordine (centinaia di colleghi dunque) se insegnano ai counselor “gli strumenti conoscitivi e di intervento relativi a processi psichici.”

Ma veniamo al dunque: il referendum.

La modifica dell’articolo 21 si concentra soprattutto sul terzo capoverso che recita: Sono specifici della professione di psicologo tutti gli strumenti conoscitivi e di intervento relativi a processi psichici (relazionali, emotivi, cognitivi, comportamentali) basati sull'applicazione di princìpi, conoscenze, modelli o costrutti psicologici.

Questo è il punto: possono gli psicologi, nel senso dei laureati in psicologia pensare che sono esclusivamente propri tutti gli strumenti conoscitivi e di intervento, ecc. ecc.?

La risposta ovviamente è NO, per due ordini di motivi, uno inerente proprio alla laurea in psicologia e l’altro inerente alle altre professioni d’aiuto in genere.

Prima di tutto la laurea in psicologia NON consente l’apprendimento reale dei suddetti strumenti di intervento (forse gli strumenti conoscitivi sì, se pensiamo alla conoscenza della psicologia in generale, alla somministrazione dei test, alla capacità diagnostica e all’assessment delle potenzialità individuali), certamente NON la capacità di condurre un colloquio con finalità di supporto e aiuto alla crescita e al cambiamento, per il quale manca del tutto nelle facoltà guida, esercitazione, verifica e supervisione personalizzate.

Il che significa che la laurea in psicologia NON garantisce nella pratica la capacità di esercitare una professione d’aiuto, non basta certo fare un paio di esami sul counseling e studiare la teoria psicologica.

La seconda motivazione riguarda il fatto che per tutte (tutte) le professioni d’aiuto è necessaria la formazione (più o meno approfondita e pratica, ovviamente) all’uso di strumenti conoscitivi e di intervento relativi ai processi psichici citati dall’Art 3.

Educatori, consulenti filosofici, mediatori familiari, psicopedagogisti, coach, counselor, assistenti sociali, logopedisti, infermieri, medici, ecc ecc. tutti dovrebbero essere resi abili a gestire colloqui in qualche misura d’aiuto e supporto per persone non psicologicamente disturbate.

L’Ordine degli psicologi, del resto, non ha ancora delineato alcun elenco degli atti tipici propri; ma in ogni caso non potrebbe certo arrogarsi come esclusivamente propri gli strumenti sopra elencati che saranno evidentemente sempre in comune con molte professioni limitrofe.

E dunque perché impedire ai propri iscritti di insegnare questi strumenti che nulla hanno a che fare con quelli specifici degli psicologi, quelli sì da difendere, come i test e gli strumenti diagnostici, che perderebbero di efficacia se fossero di dominio pubblico?

L’insegnamento della psicologia, delle metodologie di colloquio, delle diverse tecniche utilizzabili nelle diverse situazioni è uno dei pochi sbocchi professionali in via di espansione proprio per il fatto che, grazie a Dio, la conoscenza della psicologia si sta gradualmente diffondendo anche in un paese come l’Italia pieno di ciarlatani veri. Combatterlo è demenziale perché impedirebbe notevoli possibilità di lavoro proprio agli psicologi che non potrebbero più insegnare metodologie e tecniche di colloquio.

Ma veniamo alle argomentazioni che sottendono questo strano Harakiri dell’Ordine degli psicologi.

Combattiamo perché gli psicologi sono disoccupati
Certo ci sono tanti psicologi in Italia, forse troppi, e anche troppi psicoterapeuti, ma la disoccupazione giovanile riguarda tutti, non ci pare proprio che il problema siano i counselor.

Gli psicologi sono disoccupati come tutti gli altri neo laureati che escono dall’università senza una preparazione spendibile in pratica e immediatamente attuabile. E quasi tutti fanno corsi di specializzazione, master, stage, tirocini e quant’altro per avere accesso al lavoro.

Ma poi i counselor costituiscono ormai una professione, come i coach del resto (ma questi chissà perché non creano problemi) e hanno trovato un campo di attività poco coperto proprio dagli psicologi. Un po’ perché, come dicevamo, la laurea in psicologia non dà una formazione sufficiente e un po’ perché in molte istituzioni lo psicologo stesso si è creato una cattiva fama data la sua particolare inclinazione a usare test e diagnosi in modo valutativo e giudicante e meno le capacità di relazione e d’aiuto. D’altra parte è proprio questa la caratteristica dei corsi universitari: nozionistici e teorici.

Non dimentichiamo poi che ai corsi di counseling accedono in buona parte professionisti delle relazioni d’aiuto che un lavoro l’hanno già e sono solo in cerca di un approfondimento di problematiche relazionali per acquisire una professionalità ulteriore che nessun’altra scuola dà loro.

Difendendo gli psicologi difendiamo la salute da abusivismi di persone impreparate.
Ormai le scuole di Counseling si sono strutturate, anche grazie all’obbligo di accreditamento delle associazioni di categoria, in modi specifici che prevedono:
- 3 anni di formazione
- selettività anno per anno
- laboratori per esercitazioni in piccoli gruppi
- supervisioni individuali e di gruppo
- analisi personale/psicoterapia/percorsi evolutivi (secondo le definizioni delle diverse scuole)
- tirocinio
- esami finali
- obbligo una volta diplomati di supervisione e aggiornamento professionale costante nel tempo

Insomma percorsi di formazione rigorosi, che peraltro anche molti psicologi già frequentano per trovare finalmente una formazione seria, personalizzata, sorvegliata, selezionata e pratica.

I corsi di counseling sono inoltre la risposta specializzatrice per gli psicologi e gli altri laureati che intendono lavorare non tanto in uno studio privato, ma nelle organizzazioni, pubbliche e private, nelle associazioni, negli enti sul territorio, nelle scuole, nella sanità, ecc. trovando anche per questo specializzazione e aggiornamento.

Ricordiamo anche che AssoCounseling ha già un proprio elenco di atti tipici (chiamati atti caratterizzanti proprio perché non li si ritiene esclusivi del counselor) che delimita il campo in modo piuttosto dettagliato e attento a non invadere i campi di altre professioni.

Se questa formazione la si considera un pericolo per la salute dei cittadini siamo veramente in malafede.

In sintesi dopo la laurea gli psicologi possono decidere se specializzarsi in counseling o in psicoterapia tenendo conto che nel primo caso si troveranno assieme ad altri laureati e nel secondo assieme ai medici. Ci sembra più che ovvio affermare che per lavorare nella scuola i counselor possono avere indifferentemente una laurea in sociologia, in pedagogia o in psicologia, così come nella sanità possono essere ugualmente efficaci counselor laureati in scienze infermieristiche o filosofia, ecc ecc.

L’ambito in cui può lavorare un counselor è, com’è ovvio, frutto di una scelta di specializzazione post diploma con relativi obblighi di aggiornamento.

Si insegnano strumenti conoscitivi e di intervento relativi a processi psichici (relazionali, emotivi, cognitivi, comportamentali) basati sull'applicazione di princìpi, conoscenze, modelli o costrutti psicologici di pertinenza degli psicologi
Come dicevamo non crediamo proprio che un colloquio di sostegno e di supporto sia attività specifica dello psicologo, visto che può essere attuata da qualsiasi persona lavori nelle professioni d’aiuto. Se questo è vero, e su questo perfino l’Ordine degli psicologi sembra concordare, non si capisce perché gli stessi psicologi non possano insegnare le diverse metodologie di colloquio, le tecniche comportamentali per aiutare le persone a prendere decisioni, a fronteggiare un momento difficile, a gestire problematiche lavorative, a sviluppare delle proprie potenzialità, a superare una fase difficile di crescita, ecc ecc. attività che da sempre, va detto, si insegnano in tutti i corsi di formazione aziendale.

Naturalmente si esclude l’insegnamento per la somministrazione e la restituzione di test, la diagnostica di tutti i tipi, la valutazione del potenziale, da una parte e il lavoro regressivo e di intervento psicoterapeutico dall’altro, proprio per non invadere il campo rispettivamente di psicologi e psicoterapeuti.

Per concludere direi che i counselor si sono trovati un ambito di intervento specifico fra lo psicologo e lo psicoterapeuta intervenendo sia a livello individuale che organizzativo per aiutare le persone, non afflitte da particolari nevrosi persistenti, a superare situazioni difficili e temporanee nella loro vita.

Gli psicologi più avveduti già si iscrivono ai corsi per acquisire le abilità di counseling proprio per svolgere con professionalità e responsabilità una professione d’aiuto cui una laurea fornisce solo una base di conoscenza generale non applicabile alle complesse e variegate situazioni che il disagio psicologico/esistenziale induce oggi.

Gli psicologi di una certa età, poi, lo sanno bene perché prima della nascita dei corsi di counseling, si sono sobbarcati in passato una marea di corsi e corsettini di specializzazione (spendendo fra l’altro ben di più) proprio per trovare tranquillità e sicurezza sul lavoro.

Se c’è qualcuno che si deve vergognare della formazione erogata sono le università, e lo diciamo con tristezza naturalmente, e tutti coloro che pensano che le professioni d’aiuto debbano necessariamente avere un background psicologico e medico e non sociologico, pedagogico, filosofico, tanto per fare qualche esempio.

E si devono vergognare soprattutto quelli che pretendono, solo per avere conseguito una laurea e un ordine che li protegge formalmente, di svolgere a una professione d’aiuto senza aver fatto un percorso di analisi personale, senza aver fatto esercitazioni e laboratori pratici, senza aver avuto colleghi anziani a supervisonarli e correggere i loro errori di impostazione, senza aver avuto alcuna valutazione sul proprio operato, senza aggiornamento obbligatorio.

Tutte attività previste nei corsi accreditati di counseling.

Non sarà questo il vero motivo della battaglia dell’Ordine degli psicologi?

Evitare di specializzarsi e farsi valutare?

Votiamo NO al referendum sulle modifiche dell’Art 21 del codice deontologico degli psicologi italiani.

Giorgio Piccinino è psicologo, sociologo, psicoterapeuta, trainer e supervisor counselor

titolo: Referndum sull'articolo 21: lettera agli psicologi
autore/curatore: Giorgio Piccinino
argomento: Professione
fonte: AssoCounseling
data di pubblicazione: 08/05/2013
keywords: codice deontologico, psicologi, referendum, articolo 21, counseling, legge 4/2013

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