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Commercialisti, geologi, avvocati, agronomi, ingegneri e notai. Molte sono gli ordini professionali coinvolti nel tentativo di riforma delle professioni con la legge n. 137 del 2012. Liberalizzare o no il sistema? Chi riceverà più benefici: i clienti o i professionisti? Le tariffe minime devono essere abolite o no? Il PIL andrà veramente in crescita? Le domande sopracitate sono state poste già all’inizio del nuovo millennio e, i tentativi di riforma all’accesso e all’esercizio delle professioni risalgono addirittura al DPR del 5 giugno del 2001. L’ultimo, in ordine cronologico è il DL del 24 gennaio 2012, convertito con modificazioni nella legge n. 27 del 24 marzo 2012 pubblicata nella GU n 71 del 24 marzo 2012 (conosciuto come il Decreto Liberalizzazioni). Tra innovazioni più importanti di questa normativa si cita l’esercizio dell’attività professionale all’art 9 e 9 bis che, per alcuni aspetti rimanda a norme e decreti ministeriali precedenti.

La storia della politica economica ha sempre dimostrato che un mercato libero comporta un circolo virtuoso dal quale si possono trarre soltanto benefici. Tale sistema, però, necessita alcune premesse indispensabili che, se dovessero mancare, si parlerebbe esclusivamente di “sciacallaggio” e “incompetenza”. Il mercato, innanzitutto deve essere veramente libero e aperto ai giovani senza alcuna discriminazione e, in contemporanea, la Pubblica Amministrazione deve garantire la semplificazione delle normative e procedure offrendo strumenti chiari e utili per garantire la qualità delle prestazioni tecniche. Quest’ultimo punto, del resto, si collega all’altro annoso problema legato al tariffario minimo e se questo debba essere garantito o meno. I clienti, infatti, devono avere determinati parametri per comprendere se il compenso richiesto sia equo e, soprattutto, proporzionato alla prestazione offerta dal professionista.

Un passo fondamentale, inoltre, riguarda il codice deontologico che ogni ordine professionale deve assumere nei confronti dei propri iscritti: diversamente a quello che avviene nei paesi di common law, in Italia, paese fortemente influenzato dai “collegia” di matrice romana, esiste un’organizzazione a carattere nazionale che racchiude tutti i professionisti del settore e, al contempo, dovrebbe vigilare sulla serietà e sulla correttezza di tali soggetti. Un appello alla moralità che più volte è stato avanzato da Piero Grasso, Procuratore nazionale antimafia e, di recente, anche dal neo Ministro alla Giustizia Paola Severino: “Mantenere un’elevata qualità e un alto standard nell’erogazione di consulenze da parte dei professionisti rappresenta per il paese e per tutta l’Europa una missione estremamente importante. La qualità del professionista e la qualità dei servizi – ha concluso il Ministro - devono convincere i cittadini del fatto che il professionista è uno degli elementi fondamentali della nostra società, il soggetto al quale affidarsi con estrema serenità, sapendo che saprà dare un contributo alla risoluzione dei problemi di ciascuno dei cittadini”.

A questa domanda dovrebbero rispondere le istituzioni addette alla formazione per l’accesso e il continuo aggiornamento del professionista. Agli ordini, con la nuova normativa in via di approvazione, è stato chiesto di verificare l’effettivo svolgimento del tirocinio e la costante formazione dei suoi membri al fine di garantire il libello di qualità professionale e modernizzazione per il mercato globale. Questo, naturalmente, non deve essere una scusa per innalzare i singoli tariffari ma, al contrario, un’opportunità per premiare i giovani e il loro merito.

In Francia, ad esempio, esiste un sistema organizzativo similare a quello italiano ma i membri di ciascun ordine sono notevolmente inferiori poiché la selezione del professionista è effettuata all’accesso tramite corsi post laurea e test d’ingresso che precedono gli esami di stato. Solo i migliori e i più competenti, dunque, accedono “all’Olimpo” degli eletti ma il cliente, in compenso, avrà la certezza della serietà, moralità e competenza della persona alla quale si è affidato.

La riforma universitaria da attuare in Italia, dunque, potrebbe essere il punto di partenza per un futuro nel quale saranno abilitati meno ingegneri, architetti, avvocati o commercialisti ma, al contempo, chi riesce a ottenere il titolo ha la certezza di lavorare e di offrire garanzie di serietà al cliente.

Cosa, dunque, non dovrebbe essere toccato? Certamente la deregolamentazione di alcuni aspetti che potevano fungere da garanzie per il cliente (come il tariffario) o la difficoltà di quantificare e appaltare i servizi intellettuali. Se il Governo e la politica in generale desidera uscire dall’immobilismo delle professioni, gli ordini sono ben disposti a collaborare ma il sistema – sostengono i professionisti – deve essere migliorato e cambiare senza capire l’entità della riforma sarebbe soltanto un danno. E’ improduttivo, del resto, affidarsi a fredde statistiche che poco conoscono la realtà dei fatti, come quella effettuata dall’OCSE e citata dal segretario generale Angel Guerria che ha genericamente parlato di liberalizzare i servizi alle imprese senza specificatamente citare gli ordini professionali.

L’innalzamento del PIL, ancora una volta, si può ottenere puntando sulla qualità come quella dell’innovazione e ricerca (a partire dalle Università), competenza (con criteri certi all’accesso e formazione continua) ed efficienza (grazie anche alla semplificazione burocratica).

titolo: Riforma: i punti salienti
autore/curatore: Marcella Sardo
fonte: Corriere Informazione
data di pubblicazione: 02/09/2012
tags: riforma professioni, dpr 137/2012

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