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L'iniquità della gestione separata INPSNoi siamo, come la grande maggioranza degli italiani, sicuri sostenitori del Governo Monti e non smetteremo mai di ringraziare il Presidente Napolitano per la (difficile) scelta che ha fatto lo scorso novembre nominandolo Primo Ministro. Non ci uniamo certo ai mugugni di tanti che, dopo averli votati, si lamentano dei provvedimenti varati dal Governo.

Crediamo, ad esempio, che la riforma del sistema pensionistico sia stata dura ma inevitabile e, a ben vedere, anche sostanzialmente giusta: nonostante i tanti interventi degli ultimi quindici anni, sempre parziali e condizionati dalle minacce del ricorso alla piazza, il sistema, forse troppo generoso dal dopoguerra ad oggi, ha finito per creare una situazione insostenibile per il bilancio statale, con un esborso pensionistico in continua crescita a fronte di un apporto contributivo generato dai lavoratori attivi via via decrescente.

Analogamente, siamo convinti che vadano rinnovate le regole del mercato del lavoro, di cui si sta discutendo in queste settimane in Parlamento sulla base del disegno di legge presentato dal Ministro del Lavoro, Elsa Fornero. Un intervento riformatore capace di riequilibrare il divario dovuto alla stratificazione di norme pensate in periodi storici diversi e mai armonizzate tra loro. La legge protegge, al di là del giusto, nove milioni di lavoratori, tutti i dipendenti pubblici e quelli delle imprese con più di 15 dipendenti, mentre ne lascia alla mercè del datore di lavoro altri dodici milioni. Non è un caso se le Imprese più grandi sono poco competitive e i servizi pubblici sono mal resi e troppo costosi: in quei vasti settori la legge rende difficile l’applicazione della meritocrazia.

Detto questo, però, non possiamo non evidenziare la grave ingiustizia che a nostro parere il testo di riforma prospetta a danno dei professionisti associativi con partita IVA, sprovvisti di una cassa privata come hanno i professionisti ordinisti. La riforma Dini del 1995 ha obbligato i professionisti associativi autonomi ad iscriversi alla gestione separata dell’INPS. E’ questa una strana cassa che nulla restituisce a chi ha versato contributi per un periodo inferiore a cinque anni; che chiede almeno 20 anni di contribuzioni piene, cioè con un importo mensile pari ad almeno 1,5 volte l’assegno sociale, e 66 anni di età per maturare il diritto alla pensione, altrimenti il diritto scatta solo al raggiungimento dei 70 anni; che rivaluta il montante versato annualmente per la media del PIL degli ultimi cinque anni, quindi con la possibilità di una rivalutazione negativa nel caso di economia in recessione, nel 2009 la rivalutazione è stata solo del 1,79%; che non accumula il versato ma lo spende per le pensioni di altre categorie, diversamente dalle casse private che hanno l’obbligo di investire i contributi e assicurare la pensione solo con i rendimenti degli investimenti.

In altri termini il versamento che la legge impone ai professionisti associativi si configura come un prestito forzoso allo Stato che promette rendimenti assai inferiori a quelli che essi avrebbero se comprassero BTP a 30 anni. Anche questi sono titoli sicuri in quanto garantiti dallo Stato, solo che rendono al risparmiatore due volte e mezzo di più, come risulta da un documentato studio di Silvestro De Falco.

Un bell’affare davvero per lo Stato, che paga meno interessi e, per soprannumero, con le attuali norme sul bilancio dello Stato, può dire di non aver aumentato il debito pubblico. Basti pensare che nel 2010 la gestione separata dell’INPS ha chiuso con un risultato economico di esercizio pari a 8,1 miliardi di e con una situazione patrimoniale in attivo pari a 64,6 miliardi di. Come se non bastasse, i professionisti associativi, che agli albori della riforma furono assoggettati a una contribuzione obbligatoria del 10%, si sono visti aumentare l’aliquota, ogni qualvolta lo Stato aveva bisogno di fare cassa per tappare i buchi previdenziali di altre categorie, sino ad arrivare al 27,72% attuale: secondo la trasmissione Report, con i versamenti dei professionisti associativi alla gestione separata, l’INPS versa al Signor Mauro Santinelli, ex manager della Telecom, una pensione di 90.000 € al mese.

La riforma in discussione prevede un ulteriore aumento sino al 33%. Questo aumento, che nella logica potrebbe anche esser giusto tendendo all’equiparazione “contributiva” tra lavoratore subordinato e parasubordinato, con l’obiettivo di disincentivare un uso improprio dei contratti atipici/flessibili, in realtà finisce per costituire l’ennesimo danno perpetrato nei confronti di una categoria, quella dei professionisti a Partita Iva senza cassa privata, erroneamente trattati come collaboratori a progetto. Con la differenza sostanziale che mentre per il parasubordinato il prelievo contributivo risulta essere per i 2/3 a carico del datore di lavoro e per 1/3 a suo carico, nel caso dei professionisti autonomi il prelievo contributivo è per i totali 3/3 a carico del professionista autonomo.

Ed anche non volendo vedere questa differenza sappiamo bene che l’aumento previsto nel testo di legge non servirà per garantire ai nostri giovani professionisti una pensione futura dignitosa quanto piuttosto per finanziare oggi la riforma e ad assicurare le risorse per l’Aspi (la nuova forma di ammortizzatore sociale per i dipendenti – non certo per i professionisti autonomi - inserita all’interno della riforma del lavoro che ricomprende la vecchia cassa integrazione e l’indennità di mobilità).

Ma non è tutto. L’aumento contributivo previsto rischia di mettere in pericolo il lavoro dei nostri professionisti associativi.

Basti pensare all’evidente iniquità che vien fuori equiparando le aliquote degli autonomi iscritti alla gestione separata rispetto a quelle dei lavoratori autonomi iscritti alle casse private. In questo caso infatti le aliquote a cui sono assoggettati i professionisti ordinisti sono mediamente del 12-14%. Circa la metà del prelievo contributivo di chi non ha una cassa privata. Ed è allora immediata la considerazione che i professionisti associativi allo stato attuale, e ancor di più con le nuove norme pensate, sono messi fuori mercato, tagliati da un sistema concorrenziale decisamente non alla pari.

Un lavoro a rischio oggi ed una pensione da fame nel futuro. E’ questo che vuole il Governo? E’ vero, noi rappresentiamo una categoria debole in quanto priva di una forte organizzazione sindacale, ma non per questo riteniamo di essere meritevoli di essere espulsi dal mercato dei servizi.

Capiremmo se avessimo di fronte un Governo di politici, non lo possiamo accettare da un Governo di tecnici che sono li per fare solo l’interesse del Paese, non del proprio orticello elettorale.

Cara Ministra Elsa Fornero, lo scorso 10 maggio a Via Solferino, rispondendo all’invito rivoltoLe da Dario Di Vico per il corriere.it su questo tema ha detto a noi rappresentanti dei professionisti associativi tante cose che non ci tornano.

Possiamo chiederLe di fare una riflessione, prima che sia troppo tardi?

titolo: L'iniquità della gestione separata INPS
autore/curatore: Giuseppe Lupoi
argomento: Politica professionale
fonte: Il Giornale delle Partite IVA, Anno 4, Numero 19, Giugno 2012, p. 18
data di pubblicazione: 14/06/2012
keywords: gestione separata, inps, previdenza, pensione, fornero

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