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La presentazione del 4° Rapporto del CNEL sulle professioni non regolamentate offre lo spunto per alcune considerazioni sulla annosa vicenda della riforma delle libere professioni intellettuali. Innanzitutto un dato del Rapporto: oltre il 50% degli italiani ritiene che gli ordini professionali siano una congrega a difesa degli interessi dei professionisti. Se servisse una conferma che gli ordini professionali, in settanta anni di vita, hanno completamente fallito la missione che è stata loro affidata dal legislatore, eccola servita su un piatto d’argento.

Poi, una constatazione: anche quando si presenta una rapporto sulle professioni non regolamentate, il dibattito viene monopolizzato dai rappresentanti (diretti o indiretti) degli ordini professionali. Che nessuno spazio venga dato ai rappresentanti delle libere associazioni professionali nei convegni organizzati dagli ordini, anche se criticabile, è nella logica delle cose; che questo avvenga in un convegno organizzato da un ente pubblico che si fa vanto di “accompagnare” la crescita delle libere associazioni delle professioni non regolamentate, è uno scandalo.

Ancora: il Governo era totalmente assente dal dibattito. Dal programma risulta che erano stati invitati il Presidente del Consiglio e tre Ministri. Non si è visto nessuno. Sembra lecito domandarsi se le dichiarazioni programmatiche del Presidente Amato (“toccherà al Governo chiudere la vicenda degli ordini professionali, chiuderla in sede di Governo ed arrivare ad una legge equilibrata, ma tale da rimuovere le strozzature non compatibili con l’ordinamento comunitario e con il fatto che chiusure autarchiche del nostro mercato delle professioni sono in ogni caso escluse dalla libertà di stabilimento che chiunque ha in qualsiasi paese europeo“) di appena un mese fa, siano ancora valide.

Veniamo al dibattito nel corso del quale qualcuno si è lamentato e meravigliato che gli ordini professionali abbiano disconosciuto anche le deboli aperture alla riforma di un anno fa. Si vede che conosce poco gli ordini professionali. A noi, che li osserviamo da una vita dall’interno, essendo obbligati per legge ad esservi iscritti, questo comportamento non desta alcuna meraviglia. E’ connaturato nei cromosomi delle organizzazioni corporative e monopoliste, come sono gli ordini professionali.

All’inizio di questa legislatura gli ordini hanno dato l’impressione di voler collaborare ad una riforma, sia pur parziale ed ambigua, perché si sentivano deboli, essendo forte la voglia riformatrice del Governo Prodi.

Hanno così guadagnato tempo, e in questo tempo hanno messo in campo le forti disponibilità economiche che derivano loro dall’esazione della “tassa annuale di iscrizione obbligatoria”, e delle altre a questa connessa (sembra che valgano tra i 500 e i 1.000 miliardi all’anno).Con quei denari hanno potuto organizzare affollati convegni a gò gò, hanno potuto acquisire intere pagine di giornali; hanno millantato la rappresentanza di un milione e mezzo di iscritti (ma a frequentare le sedi degli ordini e quindi, verosimilmente, a condividerne le istanze sino a trasformarle in opzioni di voto, non sono più del 5% di quel milione e mezzo).

Con questo “lavoro”, indubitabilmente ben riuscito, hanno convinto interi partiti a cambiare la loro posizione. Il Polo, che nei suoi manifesti si richiama all’Europa ed alla libertà di iniziativa, è stato convinto ad organizzare una manifestazione nazionale sul tema, nella quale la voce dei suoi pur autorevoli rappresentanti che la pensano diversamente non ha trovato spazio. I partiti di Governo, spaventati dalla fortissima lobby messa un campo, hanno zittito le tante personalità di spicco presenti al loro interno che volevano una vera riforma.

La spinta riformatrice si è attenuata.

Il Presidente del CUP ha ora gioco facile a ritirare ogni timido assenso alla riforma: niente pubblicità, niente abolizione delle tariffe obbligatorie, niente società professionali interdisciplinari; anzi, già che ci siamo, controriforma della legge Merloni, con l’abolizione delle società di ingegneria, e riforma della costituzione, con la proibizione di costituire libere associazioni nei settori professionali in cui insistono professioni normate con ordini (!).

Non sappiamo se il Governo durerà e se avrà la forza di impegnarsi davvero sul tema della riforma delle professioni intellettuali. Ma due cose vogliamo dirle ugualmente.

Primo, esistono in Italia tre milioni e mezzo di liberi professionisti che esercitano attività intellettuali indispensabili alla crescita del Paese senza alcuna tutela (né normativa, né previdenziale) ed in condizioni di inferiorità normativa rispetto ai loro competitori stranieri; questi professionisti non possono aspettare i comodi di chi vuole difendere i piccoli interessi connessi alle poltrone di Presidente o Consigliere di ordini professionali.

Secondo, il Governo deve avere ben chiaro che se vuole fare una riforma delle libere professioni non può non ridurre il ruolo attuale degli ordini professionali, e quindi averli contro. Se non ha questa forza, meglio che lasci perdere e si assuma la responsabilità di far perdere al Paese un altro treno per il suo ammodernamento, condannandosi al definitivo tramonto della possibilità di rivincita.

Le Riforme, quelle vere, costano sempre consensi elettorali nel breve periodo. Ma, alla lunga, sono le sole iniziative politiche che pagano.

titolo: 4° Rapporto del CNEL sulle professioni non regolamentate
autore/curatore: Virgilio Violo
fonte: Il Sole 24 ORE
data di pubblicazione: 18/05/2000

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