Home | Elenco iscritti | Elenco scuole | Aggiornamento | Supervisione | Eventi | Come iscriversi | News | Rassegna stampa

Vai alla home page
Oggi è giovedì 13 agosto 2020

   .: Come iscriversi
   .: Esami
   .: Assicurazione
   .: Definizione di counseling
 
   .: Cerca un socio
   .: Informazioni utili
   .: Linee guida
   .: Sportello utente
 
   .: Elenco scuole
   .: Corsi triennali
   .: Corsi di specializzazione
   .: Corsi di aggiornamento
 
   .: Chi siamo
   .: Cosa facciamo
   .: Gruppo dirigente
   .: Recapiti e contatti

Gli eventi di AssoCounseling


 
Che vuol dire “popolo delle partite Iva”? Un’espressione ambigua sulla quale si sono costruite da vent’anni “mitologie” economico-sociali di segno diverso, senza che l’ambiguità di fondo scomparisse. Anzi, è aumentata nel corso degli anni e le vicende degli ultimi mesi confermano che se quel “popolo” è esistito, è esistito senza un’identità riconosciuta. Una sorta di curdi dell’economia.

Nei primi anni ’90, in parallelo alla discesa e ascesa di Silvio Berlusconi e della sua visione del mondo (ottimismo/individualismo/successo), il concetto di “partita Iva” definiva i piccoli affluenti dell'imprenditoria “atomica” (nel senso di atomi, non di energia…), a cavallo tra attività professionale autonoma e microimprese per lo più artigiane e di servizi. Questo melting pot comprendeva insieme realtà geneticamente differenti come l’avvocato e il tassista, l’idraulico e il consulente di marketing, il trasportatore “padroncino” e il traduttore, l'ingegnere e il designer, l’artigiano con qualche dipendente e l’architetto con studio associato ecc. Mal contati, cinque/sei milioni di persone. In quella fase storica prevalse la percezione della partita Iva come microimprenditore destinato a crescere verso la dimensione della piccola e poi della media impresa. Un approccio mentale da autonomo insofferente a lacci e laccioli, refrattario a tasse e sindacati, compresi quelli degli imprenditori (Confindustra non ha mai amato, non riamata, questo mondo). Un bacino elettorale da cui Forza Italia e Lega hanno abbondantemente attinto, senza peraltro dare niente di sostanziale in cambio.

In anni più recenti la percezione dell’opinione pubblica verso le “partite Iva” è cambiata. Sempre più numerosi i giovani che la aprono “per iniziare” in attesa del “posto fisso” (e molte partite Iva mascherano attività dipendenti), sempre più numerosi gli impiegati e i manager quaranta/cinquantenni espulsi prematuramente dalle loro aziende che la aprono “per continuare a lavorare” con qualche consulenza. La componente più politicamente attiva di questo mondo si è spostata a sinistra, tanto che la vittoria di Pisapia a Milano può essere in buona parte attribuita al voto determinante delle “nuove” partite Iva del terziario innovativo: consulenti di web, comunicazione, marketing, moda, pubblicitari, grafici, designer, freelance intellettuali, knowledge workers di vario tipo ecc.

Da mondo di vincenti, aggressivi, col coltello tra i denti, quello delle partite Iva è cominciato a diventare un mondo di “sfigati”, tanto per citare un viceministro condannato a passare alla storia per quella incauta parola. Titolari di redditi scarsi e irregolari, figli di un welfare minore, scaricati sulla gestione separata dell’Inps che tanto prende e niente rende – come diceva uno slogan di qualche mese fa – dimenticati dalle istituzioni, dai partiti e dai sindacati, i poveri titolari di partita Iva dei nostri tempi hanno subito l’onta finale di non essere chiamati a sedersi al tavolo della concertazione sulla riforma del mercato del lavoro (Fornero promette genericamente di affrontare prima o poi il problema). Non hanno visibilità sociale e sono privi di rappresentanza politico-sindacale. Quindi non esistono.

I partiti di centro-destra li hanno prima sedotti poi abbandonati, quelli di centro-sinistra non se li sono mai filati (salvo, a modo loro, gli arancioni milanesi). Quanto ai sindacati meglio non parlarne (a parte qualche timido tentativo all’interno di Cgil, peraltro zittito dalla voce grossa dei lavoratori “veri”, cioè i metalmeccanici della Fiom).

Si dirà, ma almeno si sono create delle associazioni di rappresentanza forti, gagliarde, tenaci, combattive. Niente di tutto ciò: l’associazionismo di questo mondo è quanto di più frammentato, litigioso, isolazionista e “atomico” (sempre nel senso delle dimensioni…) che si possa immaginare. La maggior parte del tempo la passano a litigare tra “ordinisti” (avvocati, notai, architetti, medici ecc., in difesa delle loro medievali fortezze) e “non ordinisti”, cioè le professioni moderne non riconosciute. Se i primi hanno gli Ordini e fanno Casta, i secondi sono tragicamente figli di nessuno. Sono tanti ma non fanno massa, e così la nuova concertazione rosa Fornero-Camusso-Marcegaglia (litigano tra loro, ma intanto si legittimano a vicenda) conferma la loro desolante, disperante marginalità dal mondo del lavoro cosiddetto “vero”: quello delle fabbriche e degli uffici che sotto un unico capannone o un unico tetto riuniscono centinaia, migliaia di lavoratori, mentre chi lavora da casa propria o nel proprio “studiolo” resta invisibile alla Nuova Triplice (Governo tecnico-Cgil-Confindustria).

Lo spirito di Henry Ford gode beatamente lassù, nei pascoli del cielo: quaggiù, in Italia, si ragiona ancora secondo i suoi schemi da primo Novecento (a proposito, l'anno prossimo sarà il centenario dell'invenzione della catena di montaggio; la festa sarà organizzata da Fiom e Confindustria, che senza di essa non esisterebbero...).

titolo: Partite IVA: un mito in declino
autore/curatore: Francesco Bogliari
fonte: La Stampa
data di pubblicazione: 30/03/2012
tags: partita iva, economia, ordini professionale, professioni non regolamentate

Home | Privacy | Note legali | Sportello utente | Contatti | Partnership | RSS

© 2009-2020 AssoCounseling. Codice fiscale 97532290158. Tutti i diritti riservati.