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La crisi di democraziaDall'ultima grande guerra, nessuno ha visto una stagione così difficile e indecifrabile. Noi che abbiamo vissuto gli anni di piombo, con terrorismo e rapimenti, avevamo la certezza che lo Stato ce l'avrebbe fatta. Ora abbiamo il dubbio. Il popolo degli indignados sta riempiendo le piazze del ricco Occidente (la Primavera araba è un'altra cosa) chiedendo lavoro: sono giovani molto scolarizzati per i quali il futuro prospetta un tenore di vita minore dei loro padri, i quali hanno goduto della rendita di posizione derivata dal trovarsi in una regione del mondo che ha avuto, per dieci lustri almeno, il monopolio della conoscenza e dei mezzi di produzione.

Nello stesso tempo, un imprenditore di successo compra una pagina di giornale per scrivere che tutta la politica, senza distinzioni, deve andare a casa. Trova subito una ricca cittadina che lo emula dicendo cose simili ma, al contempo, non ha vergogna di dichiarare di non votare, pur proponendosi come cittadina modello. Trova ancora un altro imprenditore che, più concretamente, mostra fiducia nelle istituzioni e invita a sottoscrivere il debito pubblico, impegnandosi a dare l'esempio.

Sono i sintomi di grave confusione e di crisi dell'istituto democrazia che ci porta il timore che essa stia fallendo, proprio ora che non ha più competitori ideologici. Dai tempi di Pericle abbiamo identificato la democrazia come il sistema che si pone l'obiettivo e si nutre della partecipazione attiva della comunità. Alla crescita quantitativa e spaziale della comunità, abbiamo individuato nell'istituzionalizzazione della delega, per il tramite del voto, il modo di confermare l'istituto ma, assieme, abbiamo creato strutture intermedie - ora alternative, ora complementari - per controllare, indirizzare, verificare i delegati e i loro organi.

In questo nostro tempo, è un sentire diffuso - che si fonda, oggettivamente, sui comportamenti e sui risultati - la mancanza di fiducia nei corpi elettivi, non importa se indicati o scelti direttamente. Anzi, va rilevato che gli eletti sono mediamente peggiori degli indicati.

Basta scorrere i curriculum dei governatori e dei consiglieri regionali e osservare come siano spasmodicamente attenti alle loro prebende e ai loro privilegi e poco interessati al funzionamento degli organismi che costituiscono (assai più dei loro colleghi maggiori parlamentari).

La discrasia tra la mancanza di fiducia e l'assenza di autocritica da parte della comunità è un altro segnale della crisi della democrazia: sembra non sapere che suo dovere sarebbe partecipare, ritiene che sia sufficiente stare sul divano ad ascoltare i dibattiti televisivi per assolvere il proprio dovere di conoscenza e di partecipazione.

Altro segnale viene dalla sempre più diffusa rinuncia al diritto dei membri della comunità di trasformarsi in elettori e poi di indicare, quando è loro consentito, un candidato. Questo porta negli Stati Uniti, che siamo abituati a considerare la democrazia più compiuta al mondo, le famiglie Kennedy, Bush e Clinton ad acquisire una posizione dominante per la carica di presidente; da noi, democrazia molto più giovane e imperfetta, Berlusconi e Prodi ad avere l'esclusiva della candidatura per tre legislature.

Del pari sono in crisi d'identità le strutture intermedie (i partiti, i sindacati, le associazioni datoriali). In altri termini, lo scollamento tra le strutture della democrazia e la comunità trova la sua motivazione nell'insoddisfacente azione dell'una e nell'assenza di partecipazione dell'altra; nell'incapacità di porre obiettivi importanti nel lungo periodo, preferendo la risposta al sondaggio del giorno, e nella richiesta di vantaggi immediati e diretti per se stessi o per la propria consorteria.

Il comune denominatore di questi comportamenti è l'attenuazione dei valori tradizionali dell'Ocidente cristiano.

È tutto perduto? Speriamo di no. In attesa che qualche guru ci indichi una nuova via (!?), noi crediamo che la ricetta per uscire dal pantano passi dall'impegno diretto dei cittadini, che è il modo per riannodarsi ai preliminari della democrazia. Se si riuscisse a creare un vasto movimento di opinione che s'imponga agli attuali target, che valorizzi l'attenzione ai problemi dell'altro e la disponibilità al lavoro, che combatta l'eccessivo valore al denaro, che diffonda lo spirito di servizio e faccia comprendere la bellezza dell'agire in gratuità, potrebbe venire fuori dalle ormai prossime elezioni una maggioranza specchio di quei valori e che, lontana dal massimalismo, storicamente quinta colonna del conservatorismo italiano, sarà in grado fare sintesi politica e, abbandonando bandiere usurate dal tempo e dalla storia, intervenire sulle istituzioni ripensandole, ma davvero, al servizio dei giovani di oggi: lavoro, scuola, pensioni, professioni e associazioni professionali, fisco, riorganizzazione dello Stato, aziende pubbliche. Loro sono il futuro; per loro va rimodellato lo Stato.

titolo: La crisi di democrazia
autore/curatore: Giuseppe Lupoi
argomento: Politica professionale
fonte: Il Giornale delle Partite IVA, Anno 2, Numero 14, Dicembre 2011, p. 8
data di pubblicazione: 13/12/2011
keywords: giuseppe lupoi, giornale partite iva, democrazia

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