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Gli eventi di AssoCounseling


 
Mi ha raccontato un amico ingegnere, che ha deciso di sposarsi dopo anni felici di convivenza, che il sacerdote, come penitenza al termine della confessione, gli ha ordinato di costruire il sito-web della parrocchia. Un segno, anche questo, delle professioni che sorprendentemente si trasformano e trasformano il mondo circostante. Tanto vero che Jeffrey Shafer, numero due mondiale della banca d'investimenti Salomon Smith Barney, ha dichiarato: 'Penso che proprio lo scandalo Enron possa trasformarsi in una lezione salutare. Servirà anche a ridefinire la figura degli amministratori delegati delle grandi imprese, che in questi anni sono stati paragonati a eroi, a superstar, a uomini dei miracoli, e invece devono tornare ad essere considerati per quello che sono e a fare bene il loro mestiere'.

Insomma, anche nel mondo dei miti s'avanza una richiesta: professionalità, solo professionalità.

Nella società della 'fine del lavoro' (Rifkin), 'dell'uomo flessibile' (Sennet), dei knowledge workers, dell'art. 18 che c'è e non c'è, ciò che sembra (ri-re) esistere è la professionalità, anzi le professionalità.

Non più e non solo il medico, l'avvocato, l'ingegnere, ma mille interpretazioni possibili di questi ruoli ed altri ancora, il designer, il webmaster, il visurista, l'operatore del fitness, il consulente finanziario e di qualsiasi cosa.

E queste professioni, nuove ed antiche, si incontrano e si mescolano, tra di loro e dentro di loro, tra più soggetti e nello steso soggetto, nella stessa vita.

Viviamo una condizione moderna diffusa che può essere forse definita, riusando le categorie adoperate nel primo Novecento da filosofi e pensatori americani (da Emerson, Whitman, Dewey, Thoreau), come la condizione dell'individualismo democratico.

Un sentimento, una concezione della vita, che accompagnano l'abbandono della logica del 'lavoro dipendente' (sempre più precario) per rivendicare in tutti i campi indipendenza di scelte e di opportunità, rischio e successo, libertà e responsabilità.

In questa moderna dimensione di viaggio e di ricerca, all'Ulisse di Joyce si affianca l'Uomo senza qualità di Musil, che è l'emblema delle possibilità.

Il motto dell'individualismo democratico 'sii te stesso' e, meglio, 'diventa te stesso', che è il motore di ricerca di ogni progetto di successo professionale, indica con chiarezza la tensione fra diritti individuali e doveri sociali, indipendenza di giudizio, libertà e responsabilità. Sono le radici della cultura liberaldemocratica, laica e cattolica, della persona.

E' l'art. 2 della Costituzione in cui la Repubblica 'riconosce', non attribuisce 'i diritti inviolabili dell'uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità'.

Abbiamo ragioni forti, e molta determinazione, nel portare avanti le nostre proposte di riforma delle professioni, già avviata nel 1998, dal governo Prodi. Modernizzazione degli ordini, riconoscimento delle nuove professioni, sviluppo delle società professionali, formazione permanente, nuove chances per i giovani: abbiamo mille ragioni, proposte innovative, il fermo proposito i liberare i professionisti vecchi e nuovi (4,6 milioni) da leggi di cento anni fa, aprendo gli orizzonti al futuro.

Abbiamo presentato due proposte di legge, alla Camera e al Senato, e due parlamentari della Margherita (on. Vernetti e sen. Cavallaio) sono relatori di testi unificati.

Siamo e resteremo impegnati per farla questa riforma, con il consenso degli Ordini e delle Associazioni.

Non ci rassegneremo all'idea di assistere impotenti al declino del Paese e di lasciare le professioni a regole di un'altra epoca.

Con il Patto di Lisbona l'Europa si è posta l'ambizioso obiettivo di diventare entro dieci anni 'l'area più competitiva del mondo' nell'ambito della nuova economia della conoscenza e nello stesso termine portare il livello dell'occupazione almeno al 70 per cento delle forze in età di lavoro. Le più recenti indagini statistiche ci segnalano che, anche in Italia, si è invertito il trend dei consumi: oggi noi spendiamo assai più per l'acquisto di 'servizi' che non per l'acquisto di merci (amplius, v. Cacace Nicola, 2010 Scenario delle professioni, Editori Riuniti, 2003).

Tra i servizi rientrano ormai generi diversi di attività: dai servizi alla persona a nuove attività professionali: informatici, pubblicitari, operatori dell'ambiente, del fitness, ma anche il mediatore culturale nella società multietnica, il fund raiser per enti e le organizzazioni non profit, il peacekeeper o mediatori di pace, e poi i nuovi professionisti del turismo, dall'heritage promoter all'agente di sviluppo turistico e tanti altri ancora.

Crescono nuove professioni, aumentano i saperi e i moduli interdisciplinari e sorgono nuove specializzazioni nell'ambito delle professioni intellettuali tradizionali: questo è il contesto della nostra epoca, un contesto da stimolare se si vuole raggiungere l'obiettivo fissato dall'Europa nel Patto di Lisbona.

La professionalità, brand della nostra epoca, è il campo in cui crescere (in Italia oltre 4 milioni di addetti e 20% del PIL) all'insegna della libertà ma anche della qualità e della responsabilità.

Le valutazioni sono univoche: la richiesta di 'manodopera' crescerà nel settore dei servizi (servizi alla produzione e alla persona) e calerà in quello dei manufatti.

E le nuove figure professionali sono spesso indefinibili o, meglio, alla ricerca di identità.

Spesso non vi è differenza tra nuovi professionisti e co.co.co., una parte cospicua dei lavoratori atipici del nostro tempo (circa 7 milioni). Secondo una recente ricerca, illustrata da Walter Passerini (Corsera, Milano, 28 giugno 2003), i 'co.co.co.' sono 2,5 milioni, di cui 550 mila a Milano e in Lombardia.

Cresciuti di un milione negli ultimi tre anni, sono prevalentemente maschi e, contrariamente a quanto si pensava, non sono più tanto giovani: il grosso sta tra i 30 e i 49 anni (54%), ma oltre un quarto ne ha più di 50. Gli 'ex ragazzi co.co.co.', e anche questa è una sorpresa, sembrano abbastanza soddisfatti del loro lavoro (73%). Secondo una recentissima ricerca Nidil-Cgil di Milano, il 50% ha scelto volontariamente questa modalità e i due terzi non cerca attivamente un lavoro da dipendente. Dentro di sé, però, il 'co.co.co.' milanese si sente intimamente dipendente (47%), mentre i tre quarti sono alla ricerca di una nuova identità professionale. Elevata in quasi tutti, secondo la ricerca Nidil, è però la preoccupazione per il futuro.

Anche un'altra ricerca di 'Bread & roses', associazione di atipici milanese vicina alla Cisl, conferma l'innalzamento dell'età dei 'ragazzi co.co.co.' e un relativo buon grado di soddisfazione sul lavoro; ma attenzione: a Milano e in Lombardia, dove le opportunità sono numerose e articolate e dove è quindi possibile far valere un certo potere contrattuale individuale, basato su conoscenze tecniche e professionali. Altrove forse non è così. Secondo l'associazione, atipici e 'co.co.co.' prevalgono nella 'net economy' (37%), nella comunicazione e nell'editoria (34%), comparti dove il contributo dei 'lavoratori della conoscenza' può essere più facilmente dispiegato. Ma al di là della dimensione professionale, i problemi dei 'co.co.co.' hanno a che fare con l'incertezza per il futuro. I due terzi ritengono di non poter decidere serenamente di fare un figlio. I tre quarti ritengono che il problema più grosso si chiami previdenza. Il 75% chiede agevolazioni per le spese di formazione. E quasi l'80% auspica meccanismi di sostegno del reddito in caso di perdita del lavoro e un'indennità economica per i periodi di inattività. Infine, l'88% chiede forme di finanziamento specifiche e nuove forme di attenzione da parte delle banche e degli istituti di credito.

Sono dati in parte sorprendenti, tipici della nuova condizione del lavoro instabile: ma basterà la trasformazione dei 'collaboratori coordinati e continuativi' in lavoratori 'a progetto' (secondo la formula della legge Biagi ripresa dal ministro Maroni) per dare risposte a queste esigenze?

O le nuove rigidità spingeranno verso il sommerso e non riusciranno a interpretare la condizione di 'stabile ma dinamica precarietà' che connota soprattutto i lavoratori intellettuali?

Noi siamo convinti che a queste nuove esigenze del lavoro occorrano risposte differenziate: da un lato, schematicamente, ciò che abbiamo definito il nuovo Statuto dei lavori, orientato sulla workfare society; dall'altro, una moderna riforma delle professioni, perché la crescita confusa dei knowledge workers si confronta su più ambiti del mercato del lavoro, compreso quello delle tradizionali professioni liberali.

D'altronde la condizione del knowledge worker è quella di chi ha uno speciale rapporto con il proprio sapere cognitivo, tecnico o intellettuale, che reca con sé e che è fattore di produzione, indipendentemente dal fatto che si esprima nel lavoro autonomo o all'interno di un'organizzazione imprenditoriale o pubblica.

Per questo riteniamo che un 'pezzo' importante della riforma dei mercati del lavoro sia costituita dalla riforma delle professioni. Per questo vogliamo ordini riformati, riconoscimento delle nuove professioni, eliminazione delle 'riserve' più anacronistiche e dei numeri chiusi, più equità nell'accesso dei giovani alle professioni, sviluppo delle società professionali, una politica economica attiva di sostegno delle professioni, più concorrenza e libertà ma nel rispetto della qualità e della responsabilità.

Non crediamo al 'pensiero unico neoliberista' e alle virtù salvifiche del mercato: c'è una concorrenza 'buona' e una 'cattiva'. Noi vogliamo sviluppare la prima e non abbiamo dunque timore nel confrontarci con le regole e le organizzazioni proprie delle professioni in una data epoca che sono poi regole 'per' il mercato e la tutela del cittadino/utente e forme della sussidiarietà orizzontale espresse dalle formazioni sociali rappresentative di interessi: un tema questo da sviluppare ove solo si pensi al potenziale ruolo sociale delle professioni nel non-profit ove sia però possibile offrire prestazioni (nella 'banca del tempo') rimuovendo il vincolo assoluto della obbligatoria remunerazione. Il centrosinistra, nella scorsa legislatura, diede l'impressione di voler 'aggredire', anziché riformare, gli ordini professionali, con effetti disastrosi, anche sul piano elettorale. Abbiamo ora sviluppato un'azione credibile e non priva di vasti consensi, un'azione responsabile di proposta riformatrice: anche per questo ben possiamo alzare i toni dinanzi all'inconcludenza del governo Berlusconi.

Professional day, promesse, sorrisi: ma dopo due anni di governo nulla è stato fatto.

Lacerazioni e contraddizioni nella maggioranza impediscono persino la presentazione in Parlamento della cd. 'bozza Vietti', sintesi della proposta di governo, di cui parleremo nelle pagine che seguono. Le ambiguità della 'bozza Vietti', soprattutto in tema di attività riservate, trovano recente conferma in altre politiche dell'attuale governo. Ad esempio, nella delega al governo per l'eventuale introduzione di nuove riserve nell'ambito dell'unificazione degli ordini dei commercialisti e dei ragionieri che mette a rischio l'attività di centinaia di migliaia di professionisti (consulenti del lavoro, tributaristi, revisori contabili).

Una riforma, questa, figlia del centrosinistra e condivisibile nel merito ove intesa però come atto di semplificazione del panorama ordinistico ma inaccettabile se finalizzata ad estendere l'ambito delle attività soggette a riserva.

E conferma ulteriore deriva dalla grottesca vicenda della riforma degli esami degli avvocati, iniziata come una crociata 'anti-Catanzaro', con un decreto-legge che imponeva un girotondo forzoso di compiti e di candidati da un distretto all'altro del Paese, per rendere più 'equi' gli esami ma in realtà trasformando l'esame in un concorso, con una logica protezionistica degli 'insider'e naufragata, infine, per le forti proteste e le divisioni nella stessa maggioranza, in una 'riformicchia' dagli effetti differiti al 2004.

Anche in quella occasione abbiamo presentato, ma inutilmente, i nostri ragionevoli emendamenti.

Per gli avvocati infatti è evidente che la soluzione migliore consiste in una riforma basata su una seria verifica semestrale del tirocinio sdrammatizzando, attraverso un sistema di crediti e selezione informatica, il 'terno al lotto' dell'esame. E consiste nello sviluppo delle scuole forensi biennali con valore abilitante alla professione.

Nel frattempo, se si vuole, si integrino con commissari esterni le commissioni delle sedi che, statisticamente, producono risultati 'anomali', in eccesso e in difetto.

Abbiamo proposto soluzioni ragionevoli, condivise da avvocati e dalle associazioni dei praticanti, ma si è preferito il nulla.

Ed ancora occorre rilevare l'assenza di qualsiasi traccia in materia di professioni nel DPEF 2004-2007, un segno inequivoco di conservazione e di incapacità del governo. Nulla sull'abolizione dell'IRAP ai professionisti, sulla politica economica e nulla sul riconoscimento del ruolo di 'parte sociale': solo Illy, nel Fiuli-Venezia Giulia, ha dato un segnale istituendo l'Assessore alle Professioni.

I professionisti italiani, 'vecchi e nuovi', sono delusi ed inquieti e molti si sentono comprensibilmente traditi.

titolo: Le professioni che si trasformano e ci trasformano
autore/curatore: Pierluigi Mantini
argomento: Politica professionale
fonte: Pierluigi Mantini (a cura di) La riforma delle professioni intellettuali in Italia
data di pubblicazione: 11/07/2009
keywords: Pierluigi Mantini, Partito Democratico, riforma delle professioni

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