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Le nuove professioni nell'economia della conoscenzaTutti ormai sanno che la ricchezza di una Nazione non è più data da una agricoltura fiorente o da una forte industria manifatturiera, ma dal possesso delle cosiddette miniere della conoscenza. Il Governo sembrava aver compreso l'importanza di coltivare queste miniere quando: si è impegnato, pur con contenuti sui quali esistono opinioni diverse, nella riforma della istruzione con l'obiettivo di innovare in profondità il sistema scolastico ed universitario. E ancora quando ha stanziato una somma ingente per un centro di eccellenza nella ricerca a Genova con l'obiettivo di ridurre il gap che ci divide dai Paesi più industrializzati.

Con questi provvedimenti sono state poste le basi perché le miniere della conoscenza vengano “coltivate”.

Il problema è che, poi, non potranno essere rese disponibili se non si investirà almeno normativamente anche sui lavoratori della conoscenza che sono i prodotti ed assieme i consumatori primari di quelle miniere.

Sotto questo versante non vediamo allo studio nessun provvedimento normativo che seriamente e concretamente si ponga il problema di individuare, regolamentare, armonizzare, incentivare, accompagnare il settore. La riforma del sistema dei servizi professionali, nella sua accezione attuale, infatti è si nella rubrica dei Governi che si sono succeduti alla guida del Paese dal 1996, cioè dall'inizio della passata legislatura, ma la cronaca parlamentare è avara di notizie al riguardo.

Infatti si registrano due tentativi del Governo dell'Ulivo con: il disegno di legge Flick / Mirone (atto camera n° 5092) del 1998, e con il disegno di Legge Fassino (atto camera n° 7452) del 2000; un tentativo del Senato in questa legislatura con il testo unificato della Commissione Giustizia; un tentativo della Camera in questa legislatura con il testo unificato della VIII Commissione industria.

L'Aula però, non è stata mai interessata del problema e le Commissioni di merito gli hanno dedicato un numero di sedute che, in otto anni, si contano sulle dita di una, al massimo due mani.

E' un bilancio deludente che dimostra la difficoltà strutturale del nostro Parlamento ad azioni veramente riformatrici. Eppure vi sono almeno quattro motivi che ci dicono della necessità e dell'urgenza di procedere ad una riforma.

L'Europa ritiene strategico lo sviluppo del mercato dei lavoratori della conoscenza e dà la massima importanza alla uniformazione delle regole dei vari paesi per farli partecipare tutti ad armi pari allo sviluppo dell'economia continentale. A Lisbona, nel 2000, fu individuato l'obiettivo di giungere entro il 2010 ad un vero mercato unico dei servizi così da portare il vecchio continente ad assumere la leadership mondiale nella economia della conoscenza.

Le linee guida che stanno ispirando la costruzione delle nuove regole tendono a produrre un sistema: più accessibile agli operatori in modo da favorire lo sviluppo di nuove professioni e dare più occasioni di lavoro ai giovani; più sicuro, in modo da garantire davvero, non con controlli burocratici, l'utente/società sulla capacità tecnica del professionista cui si affida. Quindi certificazione delle capacità professionali d'ingresso, ma soprattutto certificazione del mantenimento e dell'adeguamento delle conoscenze nel tempo; più flessibile in modo da rendere prontamente utilizzabili le innovazioni scientifiche e tecniche;più concorrenziale, con l'abolizione degli steccati nazionali e delle conseguenti rendite di posizione; più efficace, fornendo ai professionisti tutti gli strumenti, tecnici, economici e societari per competere nel mercato globale dei servizi.

In altri termini dall'Europa ci sta per arrivare, lo si voglia o no, una riforma a tutto campo, che inciderà veramente sull'attuale sistema, una riforma veramente liberale che troverà le soluzioni necessarie ed i pur necessari contrappesi.

La bilancia dei pagamenti italiana è largamente passiva per la voce servizi professionali, e lo sarebbe ancora di più se si tenesse conto del fatturato delle società di diritto italiano, ma emanazione dirette di multinazionali straniere, che operano per le amministrazioni pubbliche o le maggiori imprese. E' un fatto che la parte più pregiata del mercato dei servizi professionali è ormai in buona parte in mano a società straniere, che possono trovare capitali per finanziarsi, investire le cospicue risorse che così reperiscono con metodi e tecniche che sono proibite agli operatori italiani.

Se queste proibizioni hanno mai avuto un senso, e non lo crediamo anche perché non abbiamo dimenticato che sono sorte nel 1939 nell'ambito delle leggi razziali con il fine di impedire ai professionisti di razza ebrea di aggirare la proibizione all'esercizio delle professioni e si sono consolidate con il codice del 1942, e la data non può non dire qualcosa.

Ebbene ora costituiscono un freno insopportabile alla crescita sia della maggioranza dei saperi vecchi che dei nuovi saperi.

Il settore dei servizi professionali contribuisce per il 20% al PIL nazionale, occupa direttamente a tempo pieno oltre 4 milioni di cittadini. E' l'unico settore produttivo che registra un incremento occupazionale. Ad essere prudenti, almeno la metà circa di quel prodotto è dato dalle nuove professioni, quelle che stanno nascendo, sotto la spinta delle richieste della società attuale in conseguenza:

1) o della parcellizzazione dei vecchi saperi, per attingere a qualifiche sempre più specializzate richieste dal mercato;
2) o dello splittamento di professioni ancora giovani, sotto l'incalzare della ricerca, spesso prevalentemente pratica;
3) o della esternalizzazione di competenze che prima venivano gestite all'interno delle aziende;
4) o da nuovi bisogni individuali;
5) o dallo sviluppo della ricerca scientifica;

Ebbene per tutto questo mondo dinamico ed innovativo non solo non vi sono provvedimenti di sorta che, ad esempio, gli consentano di esportare le proprie capacità o lo accompagnino nella crescita, ma solo divieti, preclusioni, tentativi di blocco.

Le nostre norme sulle professioni sono ancora per la maggior parte quelle dei primi anni del secolo scorso, quando il mondo professionale si limitava a poche professioni generaliste ereditate dall'800: medico, avvocato, architetto, che ormai però sono parole che dicono poco senza aggettivi che ne indichino la specializzazione, non qualificano più una attività professionale.

Sono norme talmente vecchie che sembra che si siano addirittura dimenticate le motivazioni per le quali si è formata la loro base teorica. Sicuramente si è dimenticato che quella legislazione, benché sia nata da Parlamenti su base elettiva limitata dal censo, ha avuto il merito di ridurre alcune libertà alla loro stessa base elettorale per garantire di ricevere una buona prestazione professionale agli altri, cioè a coloro che non avevano la conoscenza ed erano quindi esclusi dal voto, non erano rappresentati in Parlamento.

Tanto si è persa la ratio di quelle norme che dagli anni ‘60 vi è stata la proliferazione delle leggi istitutive di ordini sino ad arrivare a creare ordini anche per chi vende mangimi per l'agricoltura o munge le vacche, ottenendo all'Italia il record inavvicinabile di 32 ordini professionali, senza nessuna reale necessità costituzionale o di interesse generale da proteggere, che è l'unica ragione per cui ha senso istituire un Ordine professionale.

Non può far quindi meraviglia che quelle norme siano le più rigide nel panorama europeo, ma assieme la più inefficienti. Le anomalie sono talmente evidenti che vengono denunciate anche da coloro ne hanno la responsabilità attuale della gestione.

Naturalmente è possibile che qualcuno non sia d'accordo su alcune delle argomentazioni per illustrare le quattro ragioni per le quali si impone con urgenza una riforma a tutto campo della normativa sulle professioni intellettuali.

Ma la validità dei quattro motivi resta.

L'Europa farà norme di liberalizzazione o comunque di ri-regolamentazione su base concorrenziale, è necessario cercare di riequilibrare la bilancia dei pagamenti, è indispensabile non far deperire il PIL in questo settore che è l'unico che può dare sviluppo economico ad un Paese come il nostro, le norme attuali sono obsolete.

E allora ecco il ruolo del la Politica, quella con la P maiuscola: quella che non abdica al proprio ruolo di propulsore dello sviluppo del Paese, quella che individua i bisogni dei cittadini e del mercato, quella che ha la forza di abolire i privilegi, quella che ha il coraggio di scontentare qualcuno nell'interesse del Paese, quella che non si auto - declassa a vigile urbano dell'esistente, fondando il suo agire su un calcolo brutale di rapporti di forza e calcoli elettorali. Ma anche in questo caso avrebbe sbagliato i suoi conti, perché i rapporti di forza vera, cioè quella che poi si può tradurre in voti in cabina elettorale, potrebbero essere molto diversi da come interessati suggeritori stanno raccontando! E l'evento di oggi sta a dimostrarlo!

E' la Politica che deve fare le scelte: riformare per modernizzare il nostro Paese, o riformare per aumentare il potere delle corporazioni che sino ad oggi ne hanno frenato la crescita; riformare per dare una pur minima sicurezza sociale a chi si è speso nella ricerca di nuove vie e nuove occasioni di lavoro, ed oggi è ancora privo di qualsiasi certezza nel proprio futuro, o favorire chi si è adagiato in nicchie protette, che danno rendite di posizione, e non ha neppure investito sul proprio aggiornamento professionale; riformare per preparare il sistema all'impatto che gli verrà dalla concorrenza dei professionisti europei, o continuare difendere, (sino a quando?), lo status quo, Queste sono le opzioni della Politica e la presenza e l'attenzione oggi dei massimi esponenti della attuale politica italiana ci conforta e ci dà speranza.

Una cosa bisogna dire loro su questo tema, poi sarà loro ovviamente la decisione. In questi ultimi dieci anni in Italia, si è andato costituendo, spontaneamente, quasi clandestinamente, un sistema di qualificazione alternativo a quello codificato. Un sistema basato sulle libere associazioni professionali che formano, verificano, assicurano i propri iscritti, senza nulla aver avuto, senza chiedere protezioni e men che mai riserve.

Un sistema il nostro che è assai agganciato a quello che sarà il sistema dominante nella Europa dei prossimi anni.

La Politica può continuare ad ignorarlo, preferendo ascoltare le richieste di protezione di chi è già forte, istituzionalmente riconosciuto, ricco dei contributi degli iscritti obbligatori. Sappia però che così facendo renderà la vita difficile a queste libere Associazioni e soprattutto le renderà vulnerabili alla concorrenza che riceverà dalle associazioni professionali dei paesi europei quando i loro attestati di competenza, è ormai questione di poco, avranno libera circolazione in Italia. In questo modo un'altra fetta delle capacità economiche del Paese migrerà all'estero.

Dobbiamo dire che le sicurezze di inizio legislatura di questo Governo che a suo tempo ha convinto molti presentandosi come governo liberale, promettendo liberalizzazioni e modernizzazioni, proclamando la necessità di allentare i laccioli che imbrigliano l'economia, in questo campo sono ormai tramontate.

Allora ci si disse che in un anno la riforma sarebbe stata cosa compiuta e con questa motivazione si negò la legittimità della nostra richiesta di un provvedimento parziale, che avesse dato dignità alle nostre associazioni, sicurezza sociale ai nostri Associati ed alle loro famiglie e collaboratori, in attesa di una riforma globale del sistema.

Ne sono passati tre di anni e non è successo nulla. O meglio. Qualcosa è successo, ma tutto teso ad implementare e a rafforzare il sistema ordinistico. E' stata usata l'arma dell'attuazione del decreto 328/2001, quello che la Destra in campagna elettorale disse che avrebbe immediatamente ritirato in caso di successo.

Invece di ritirarlo, ha istituito una commissione, dove nessun rappresentante del mondo associativo ha avuto accesso, e dove sono stati elaborati provvedimenti che tendono all'ampliamento dei campi di interesse degli Ordini. Dopo si cercherà di imporre l'iscrizione obbligatoria.

E' un fatto che va detto: a noi questo Governo appare sbilanciato nella difesa delle rendite di posizione degli Ordini professionali.

Un esempio: e' dei giorni scorsi la farsa del decreto La Loggia.

Per chi non lo ricorda, il Ministro La Loggia circa un anno fa annunciò che avrebbe provveduto con decreto all'attuazione della Legge che delega il Governo a fare la ricognizione dei principi fondamentali sulle professioni a seguito della riforma dell'articolo 117 della Costituzione.

Vista l'importanza della materia, dobbiamo ritenere dopo un anno di studio intenso del problema, il Ministro licenzia un testo e lo comunica ai giornali.

Viene subito attaccato dagli Ordini Professionali perché si è permesso di riportare nella norma il principio della equiparazione tra attività professionale ed impresa ai fini della concorrenza limitando le deroghe a tale principio solo in presenza di esigenze di tutela di interessi costituzionali altrimenti travolti da un mercato deregolato. Principio che in Europa è ovvio da almeno un decennio. Ma non importa, a questo punto, se gli Ordini avessero torto o ragione a lamentarsi.

Il fatto sta che in sette giorni, dopo un incontro con gli Ordini, senza neppure aver sentito la necessità di ascoltare le Regioni (in fin dei conti sono proprio loro le vere controparti interessate del provvedimento) e naturalmente senza aver neppure pensato di ascoltare l'opinione del mondo delle Associazioni (che sono una altra parte interessata dal provvedimento), il Ministro La Loggia si smentisce e rivolta il Decreto modificando i suoi punti più qualificanti.

Questi sono i fatti.

Ne prendiamo atto con rammarico ma assieme ricordiamo al Governo che nel suo programma è esplicitamente prevista la regolamentazione delle Associazioni professionali.

Ed allora, se si vogliono mantenere le promesse elettorali vi sono solo due cosa da fare.

Bisogna portare a compimento il processo legislativo che è in atto al Senato e che è fermo da un anno. Non è certo una riforma entusiasmante, rivolta al futuro, ma almeno è u impianto serio che ben fotografa il presente e dà risposte corrette alle problematiche più pressanti.

Per fare questo, però, ci vorrà l'intero scorcio di legislatura, ad essere ottimisti. Noi non vogliamo, non possiamo più attendere per il mantenimento di questa promessa l'intera riforma e non siamo disposti a fare da spettatori al rafforzamento degli ordini professionali, all'accoglimento di tutte le loro richieste, compreso l'aumento di riserve, con la conseguente progressiva erosione del nostro diritto al libero esercizio delle professioni garantito dalla Costituzione.

Ed allora, cosa chiediamo al Governo?

Chiediamo un atto di resipiscenza.

Chiediamo che immediatamente provveda al recepimento della direttiva europea di dodici anni fa, la 92/51 (articolo 1 lettere f e seguenti) dove si prevede il riconoscimento degli attestati di competenza rilasciati dalle associazioni professionali.

Naturalmente questo recepimento deve essere accompagnato dalla identificazione di un percorso che preveda un minuzioso esame delle capacità delle Associazioni. Sulla severità dell'esame, le associazioni non hanno mai fatto alcuna questione, ben sapendo che, più sarà attento e minuzioso, più se ne avvantaggeranno.

La direttiva a proposito è chiarissima: nessuna esclusiva, libera concorrenza tra le Associazioni e i loro associati, controlli rigorosi, codici deontologici che prevedono precise sanzioni disciplinari, compresa l'espulsione, per chi li violi, obbligo di assicurazione per responsabilità civile, etc.

C'è alla bisogna bell'e pronta la proposta di Legge avanzata dal CNEL illustrata da Melino Pilitteri. Ancor più pronta, è la proposta unificata redatta in VIII Commissione industria della Camera in accordo tra maggioranza ed opposizione. E' una richiesta minima, lo sappiamo, insufficiente ad innescare l'intero potenziale che le Associazioni professionali possono porre al servizio del Paese.

La stessa richiesta la facciamo all'opposizione. Quando era maggioranza ha posto nel proprio programma con forza la riforma del sistema professionale. In cinque anni, si è lasciata invischiare in mille rinvii ed ha fallito l'obiettivo. Non vorremmo che ora che è opposizione sostanzialmente si accodi a proposte di segno opposto e non ponga la sua capacità di iniziativa politica a sostegno della nostra richiesta!

Lo vogliamo dire chiaramente: non vi è alcuna ragione per cui i vertici degli Ordini, che si opporranno, vengano ascoltati e porti al non accoglimento di questa nostra richiesta, che in nulla intacca, è detto chiaramente nei provvedimenti che ho ricordato, le loro esclusive.

E il ragionamento che è meglio fare una riforma globale, sul quale in teoria siamo tutti d'accordo, sarebbe indecente che ci venisse riproposto: le competenze professionali degli ordini sono state tutte modificate con il 328 in questi tre anni, l'unificazione degli albi dei ragionieri e commercialisti, spacciato come semplificazione, si sta tramutando in tutt'altro affare a danno dei nostri fiscalisti.

E a noi niente!

Abbiamo la speranza che la colpa di questa situazione sia la nostra, che non abbiamo saputo comunicare nel modo giusto le nostre esigenze, che non siamo stati sufficientemente pressanti nelle nostre richieste, che non abbiamo ben rappresentato il nostro mondo.

Noi oggi chiediamo un forte segnale politico sulla giusta considerazione che il nostro settore deve avere. Noi sappiamo di aver ragione ad avanzare le nostre richieste. Noi sappiamo che le nostre richieste coincidono con gli interessi del Paese. Noi sappiamo di essere tanti, molti di più di quelli che non vogliono che il Governo ci dia questa opportunità. Noi sappiamo che il Paese, se fosse interpellato, ci darebbe ragione.

Sappiamo anche, però, che la capacità di lobby, che oggi significa presenza in Parlamento e nelle Istituzioni, è dalla parte di quelli che non ci vogliono. Nel 1860 il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia furono contro l'istituzione della Banca d'Italia così come le varie Corporazioni, diffuse negli Stati prerisorgimentali, si ersero a difesa dei propri recinti e steccati corporativi. Allora il Parlamento, pur eletto da una ristretta élite scelta per nobiltà e censo, seppe unificare e liberalizzare il Paese abolendo antichi privilegi. Nello stesso spirito e nell'interesse del Paese ci attendiamo dall'attuale Parlamento, votato con il suffragio di tutti gli italiani, una legge di riforma delle professioni in linea con la nuova realtà economica, sociale ed istituzionale.

titolo: Le nuove professioni nell'economia della conoscenza
autore/curatore: Giuseppe Lupoi
argomento: Politica professionale
fonte: Pierluigi Mantini (a cura di) La riforma delle professioni intellettuali in Italia
data di pubblicazione: 01/07/2009
keywords: Giuseppe Lupoi, colap, Pierluigi Mantini, Partito Democratico, riforma delle professioni

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