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Il governo va all’attacco degli ordini professionali? La riforma delle professioni inizialmente inserita nella manovra, poi stralciata e annunciata sotto forma di proposta di legge delega, sembra segnare un’inversione di rotta. Fino a oggi, la maggioranza di centrodestra aveva o tutelato lo status quo o addirittura aveva cercato di puntellarlo. L’ultima proposta prevede un ridisegno integrale, inclusi l’abolizione dell’esame di stato e il superamento delle residue ingessature feudali. La cautela è d’obbligo, e non solo per i profili di possibile incostituzionalità della norma (l’esame di stato sta nell’articolo 33 della Carta). Sono pure legittimi i dubbi: sarà solo effetto annuncio? Oppure i ministri sono davvero tutti caduti da cavallo?

Stravolgere il sistema è la classica riforma pro crescita a costo zero. Ha, però, un forte costo politico: vuoi per l’elevato numero di associati, vuoi per la pervasiva presenza in Parlamento, ordini e albi agiscono come una lobby quasi invincibile. C’è anche una barriera culturale: il tipo di tutela pubblica che gli ordini dicono di offrire si “vende” bene. Ma gli ordini resistono al rasoio di Occam e alla prova dei fatti?

L’Antitrust, in un’indagine conoscitiva aperta su impulso di Antonio Pilati nel 2009, ha denunciato restrizioni alla concorrenza sia normative sia legate alle decisioni degli ordini (tra l’altro sulla deontologia, la formazione, le tariffe). Il regime attuale non produce benefici: “Se il professionista è vincolato al rispetto di standard qualitativi minimi e, al tempo stesso, gli utenti sono messi in condizione di confrontare le offerte dei professionisti, sarà più difficile e meno conveniente erogare prestazioni di bassa qualità”. La garanzia ultima per il cliente, insomma, sta nella pluralità dell’offerta, non nel monopolio degli ordini.

La Banca d’Italia ha stimato l’entità della “rendita monopolistica” che è premio della scarsa concorrenza nel settore dei servizi (professioni comprese). Se tale rendita fosse restituita al mercato, il pil potrebbe lievitare di undici punti in pochi anni, di cui cinque punti nei primi tre anni.

Prendiamo gli avvocati, come prova: il Consiglio d’Europa dice che essi subiscono solo 2,3 procedimenti disciplinari ogni 1.000 professionisti, contro valori ben superiori in paesi come la Finlandia (217), la Danimarca (193) e perfino la Grecia (44). Ha scritto Daniela Marchesi su Lavoce.info: “Se gli avvocati italiani sono particolarmente corretti, allora un ordine strettamente regolamentato non ha ragione d’essere. Se invece esistono casi di comportamento scorretto, ma l’ordine chiude un occhio e non li sanziona, allora ordini strettamente regolamentati non sono efficaci”.

Come uscirne? Sarebbe davvero utile se la proposta-choc del governo servisse almeno ad aprire un forte dibattito sul tema. Una possibile strada, rispettosa del dettato costituzionale, sarebbe quella di consentire la nascita di ordini in concorrenza gli uni con gli altri, regolamentati tutti da una cornice normativa comune ai diversi settori e incaricati di gestire gli esami di stato secondo criteri comuni. In questo modo, non solo i singoli professionisti potrebbero competere tra di loro, ma lo farebbero le loro stesse organizzazioni, gareggiando sul valore dei servizi che erogano ai loro associati e al “mondo esterno” (si pensi a un “bollino blu” come strumento informativo per il pubblico).

Vedremo se l’esecutivo procederà. Di sicuro su questo tema non sarà mai troppo presto, e nessuna riforma sarà mai troppo radicale.

titolo: Aboliamo gli Ordini professionali
autore/curatore: Carlo Stagnaro
fonte: Il Foglio
data di pubblicazione: 02/07/2011
tags: ordini, abolizione, riforma

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