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Formarsi per competereNei nostri porti vengono scaricati ogni anno migliaia di container stracolmi di manufatti made in China, che vengono poi venduti sia nei mercatini rionali sia in negozi di lusso, basta che venga loro 'appiccicata' un'etichetta europea. Il costo alla fonte è una piccola frazione rispetto a quello di un prodotto simile pensato e fabbricato in Europa, nonostante la qualità si stia sempre più avvicinando a quella dei nostri prodotti.

È il risultato ottenuto da un Paese, la Cina, che ha profondamente innovato, innestando le tecniche occidentali della finanza e della produzione in una programmazione ferrea, centralizzata, supportata da una dittatura di stampo marxista, e sfruttando un serbatoio quasi infinito di mano d'opera dal costo irrisorio, pazienza se ridotta a una condizione simile alla schiavitù. Questo 'nuovo' sistema produttivo a noi può anche non piacere, ma con questa realtà dobbiamo convivere e, comunque, non possiamo dimenticare che se l'Italia - dopo gli Stati Uniti, la Germania e il Giappone - ha la maggiore industria manifatturiera e ha visto realizzarsi il miracolo economico degli anni '50 e '60, le cause non sono dissimili (capacità di migliorare idee altrui, mano d'opera a basso prezzo).

È chiaro però che per sopravvivere le nostre produzioni devono 'spostarsi verso l'alto', puntare sulla qualità e sull'innovazione. E per far questo sono sempre più necessari operatori con alta formazione.

Ma, ci si dirà, la disoccupazione è massima tra i laureati e, quando trovano lavoro, questo è sempre più spesso precario e mal pagato. Appunto! Non è della sola formazione universitaria che abbiamo bisogno. Alla nostra economia serve una formazione che permetta di trasformare un sapere in un saper fare, un'attitudine in un saper essere, una capacità in una competenza di successo.

Facile a dirsi, complicato a farsi per un Continente ormai intrappolato da troppe 'cose' che hanno ben funzionato nel passato, quando le condizioni al contorno erano altre, ma ora bloccano qualsiasi innovazione.

Va detto che l'Europa ci ha provato. Nel 2000 (Consiglio di Lisbona) ha suggerito ai singoli Stati di individuare le competenze carenti attraverso un dialogo istituzionalizzato con le imprese, di realizzare di conseguenza percorsi di formazione professionalizzante, di promuovere la formazione da parte delle associazioni professionali e incentivare quella all'estero, proprio con l'obiettivo dichiarato di diffondere competenze di successo.

Nel 2002 (Dichiarazione di Copenhagen) ha creato una serie di strumenti comuni a livello europeo, la cosiddetta 'cassetta degli attrezzi' comunitaria: il quadro unico per la trasparenza; un sistema di accumulazione e trasferimento di crediti; gli otto livelli di riferimento comuni per le qualificazioni, che sono riferiti tanto ai titoli del sistema educativo e formativo formale, quanto alle qualificazioni acquisite in contesti non formali e/o informali.

Inoltre, l'UE ha sfornato direttive per le qualifiche professionali e per unificare a livello continentale il mercato dei servizi, ma è sotto i nostri occhi la modestia dei risultati raggiunti in termini di efficacia. Il puntare a una trasformazione del sapere che viene da dentro il lavoro, dagli esperti, dalle comunità di professionisti e fuori dai processi accademici ha trovato resistenze nei logori detentori del sapere accademico.

Il voler unificare un mercato ha trovato l'opposizione in chi è abituato alla mangiatoia bassa delle stalle domestiche. In altri termini, le lobby consolidate hanno fatto da freno e sono riuscite ad annacquare ogni innovazione.

In Italia, poi, per costruire il sistema nazionale di standard minimi professionali, formativi e per il riconoscimento e la certificazione, abbiamo sì costituito un 'tavolo tecnico' con il ministero del Lavoro, il ministero dell'Istruzione, le Regioni e le parti sociali… ma intanto dal Consiglio di Lisbona sono passati undici anni e stiamo ancora studiando il problema.

Per regolare le associazioni professionali - che sono le sole che possono assolvere l'oneroso ma meritorio compito di agire, di promuovere l'innovazione, la creatività, la qualità dei servizi, la formazione professionalizzante creando le figure che possono aiutare il sistema produttivo ad alzare il livello - siamo ancora alle Commissioni parlamentari.

Il perché del declino del Continente europeo è racchiuso in queste piccole considerazioni.

titolo: Formarsi per competere
autore/curatore: Giuseppe Lupoi
argomento: Formazione
fonte: Il Giornale delle Partite IVA, Anno 2, Numero 10, Luglio/Agosto 2011, p. 8
data di pubblicazione: 06/07/2011

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