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Intervista a Marco CappatoContro gli Ordini e le corporazioni, a favore di un nuovo welfare. Il capogruppo della Lista Bonino-Pannella alle elezioni comunali di Milano rilancia la proposta dei Radicali, da sempre contrari al sistema ordinistico e favorevoli a un’economia autenticamente liberale.

Come radicali vi state battendo per la questione dei “contributi fantasma”. Di cosa si tratta e in cosa consiste la vostra proposta?
È un’iniziativa che, se fosse conosciuta, potrebbe dare un obiettivo positivo alle “piazze dei precari” che si stanno aggregando in questi giorni. Con il tesoriere di Radicali Italiani Michele De Lucia e i parlamentari radicali, denunciamo l’intollerabile ingiustizia a cui sono sottoposti i lavoratori precari, i parasubordinati e, in generale, chi non svolge un mestiere protetto da Ordini e corporazioni. Queste persone pagano salati contributi pensionistici all’Inps per decenni, vedendosi decurtata una sostanziale parte dello stipendio. Il problema si pone nel frequente caso in cui questi lavoratori non arrivino a raggiungere i “requisiti minimi” (trentacinque anni di contributi) per ricevere una pensione: in questo caso, dall’Inps in vecchiaia non verrà restituita loro nessuna pensione, nessun contributo, niente di niente, e i loro soldi verranno usati per finanziare pensioni di ex lavoratori a tempo indeterminato, molto più protetti di loro.

Il sistema penalizza i più bisognosi due volte: non solo non possono accedere alla pensione per cui sono stati obbligati per anni a versare contributi, ma quel denaro viene utilizzato a vantaggio di altri. Si tratta di una vera e propria rapina da parte dello Stato contro i giovani: è ora di dire basta. Purtroppo la gente ne sa poco, e soprattutto si impedisce ai Radicali di intervenire con questa proposta, limitando il dibattito tra quelle forze ugualmente responsabili del conservatorismo italiano, di destra o di sinistra che sia.

I professionisti autonomi, soprattutto quelli non riconosciuti, si definiscono “figli di un welfare minore”, perché privi delle tutele minime di cui godono i lavoratori dipendenti (malattia, infortuni, ferie, certezza di pagamento ecc.). Pensa che sia possibile giungere a uno standard accettabile di “welfare minimo sociale” che superi la dicotomia lavoratore dipendente/garantito (anche se a basse retribuzioni) e lavoratore autonomo/privo di garanzie?
Nel mercato del lavoro italiano di oggi esiste una sorta di apartheid: da una parte i lavoratori dipendenti, quasi sempre a tempo indeterminato, protetti dall’articolo 18 che garantisce in teoria la loro impossibilità d’essere licenziati (salvo il tracollo di interi settori economici, che pure non è escluso). Dall’altra vi sono invece i liberi professionisti e i precari, in condizioni diversissime, accomunati dalla necessità di confrontarsi quotidianamente con il mercato, senza nemmeno quelle tutele minime di welfare e sostegni alla formazione che potrebbero rappresentare l’unica arma per impedire che la flessibilità sia condannata alla precarietà. In questa situazione sarebbe necessaria una riconversione del welfare in sostegno agli “ultimi”, alla formazione, ai disoccupati, con una flessibilità in entrata che renda sostenibile l’abolizione della falsa protezione dell’articolo 18, già proposta dai Radicali con un referendum negli anni ’90, affossato dal fatto che la Corte costituzionale impedì il voto sulle misure di flessibilità in positivo, come il part-time, e di rivoluzione fiscale a favore dei lavoratori dipendenti, cioè l’abolizione del sostituto di imposta.

Nel frattempo i partiti progettano di ampliare il furto del finanziamento pubblico, che da soli abbiamo combattuto. Per trovare le risorse necessarie a un welfare universalistico bisognerebbe iniziare a togliere i soldi alla “casta”, della quale non fa parte solo il ceto politico, ma anche la parte non precaria del ceto giornalistico e parastatalizzato.

Il mondo dei professionisti autonomi è diviso tra quelli che esercitano professioni rappresentate da Ordini (architetti, avvocati, commercialisti, medici, ingegneri, giornalisti ecc.) e professioni non riconosciute (nelle aree del marketing, del design, dell’editoria, della moda, della consulenza d’impresa ecc.). Come valuta questa disparità e come giudica in generale l’esistenza stessa degli Ordini?
Gli Ordini professionali sono un’eredità del ventennio fascista e, più in generale, del sistema economico del Medioevo: andrebbero aboliti il loro monopolio e l’obbligatorietà dell’iscrizione a essi da parte dei professionisti. Occorrerebbe rilanciare un sistema formato da associazioni professionali che possano assumere liberamente professionisti in base alle loro caratteristiche e ai loro requisiti, come accade in Gran Bretagna. In poche parole, non dev’essere un Ordine a stabilire la qualità di un architetto o di un ingegnere, bensì dev’essere il cliente. Il compito dello Stato è quello di garantire regole di trasparenza e pubblicità.

Molti, in primis il presidente dell’Antitrust Antonio Catricalà, hanno definito “un ritorno al passato” la recente riforma del settore forense, che reintroduce le tariffe minime per gli avvocati. Qual è la vostra opinione in merito?
Sono d’accordo con Antonio Catricalà: questa è una controriforma. La senatrice radicale Donatella Poretti ha dato battaglia in Parlamento contro questa manovra trasversale. Si tratta dell’ennesimo regalo del Governo Berlusconi IV a una corporazione: in questo caso quella degli avvocati. L’ennesimo tradimento di una rivoluzione liberale troppe volte annunciata, e che non si realizza nemmeno per le cosiddette riforme a costo zero.

Le tariffe minime vanno abolite: aveva fatto qualche passo avanti Pierluigi Bersani con il suo famoso decreto del 2006: ovviamente in quell’occasione quei “liberali” di PdL e Lega Nord andarono immediatamente in piazza con Rifondazione Comunista per opporsi a questa innovazione che avrebbe migliorato, seppur di poco, la vita dei consumatori italiani.

Lei ha svolto la sua azione politica prima al Parlamento Europeo e adesso a Milano. Pensa di sviluppare qualche iniziativa di interesse per il mondo delle professioni su un livello europeo e in contemporanea milanese, anche in vista delle imminenti elezioni amministrative nel capoluogo lombardo?
Non sono più parlamentare europeo, ma continuo a occuparmene. Qui a Milano come Lista Bonino Pannella diciamo “Giù le mani dalla città”: basta con il Comune che fa l’affarista di case di lusso, di ristorazione nelle scuole, di aeroporti, autostrade, energia e nucleare… Proponiamo la liberalizzazione degli orari dei negozi e, con il nostro candidato Lorenzo Lipparini, abbiamo elaborato una proposta: “Milano No Tax Area”.

Ora vediamo che anche Tremonti c’è arrivato, ma la differenza è che loro, oltre a essere disattenti alle regole europee, sono al governo, sia a Roma sia a Milano, e sulle tasse il sindaco Letizia Moratti s’è comportata nel capoluogo lombardo in perfetta sincronia con il Governo Berlusconi-Tremonti: le ha alzate.

titolo: Intervista a Marco Cappato
autore/curatore: Francesco Bogliari
argomento: Politica professionale
fonte: Il Giornale delle Partite IVA, Anno 2, Numero 8, Maggio 2011, pp. 82-83
data di pubblicazione: 11/05/2011
keywords: welfare, riforma professioni, radicali, marco cappato, monopolio, corporazione

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