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I professionisti bussano alla portaCosa chiedono i professionisti e da chi vogliono essere difesi? Parte da questi punti una ricerca condotta dall’Ires per conto della Cgil. Che il più importante sindacato italiano dedichi un’intera ricerca al mondo delle professioni la dice lunga su quanto questo «pianeta» sia ancora da esplorare. Quella professionale, infatti, è una realtà atipica per un paese molto sindacalizzato come il nostro. I professionisti sono praticamente sprovvisti di rappresentanza (intesa come la conosciamo tra i lavoratori dipendenti) anche perché, di fatto, lo status di libero professionista vanifica la necessità di una presenza sindacale.

Nuovo modello
Da tempo però le condizioni sono cambiate: i professionisti sono sempre meno «liberi», cioè sono sempre di meno i giovani che riescono ad aprire un proprio studio e che quindi sono costretti a lavorare per un unico committente. La stessa ricerca dell’Ires evidenzia che i professionisti, pur svolgendo un lavoro autonomo, vivono da subordinati la loro relazione con i datori di lavoro, per cui il 58,4% di loro dichiara che quasi mai è in grado di contrattare le condizioni di lavoro come si converrebbe a un libero professionista, inoltre c’è un 20% «costretto ad aprire una partita Iva anche se di fatto svolge un’attività da subordinato. E ciò accade praticamente in tutte le professioni ordinistiche.

Data questa situazione, la maggior parte degli interpellati si definisce come «un libero professionista con scarse tutele» (68,5%). E proprio la consapevolezza di avere delle minori garanzie e un minore riconoscimento, porta i professionisti a mettere in cima alle loro richieste una maggiore copertura per il futuro. Non a caso al primo posto emerge la necessità di avere tutele certe in caso di malattia e infortunio (31%). Tutte le altre richieste, invece, sono più o meno equivalenti: agevolazione pubblica alla formazione professionale (12%), incentivazione alla stabilizzazione contrattuale (12%), sostegno al reddito in caso di disoccupazione (11%), la semplificazione degli adempienti amministrativi (10%), la facilitazione dell'accesso al credito (9%).

In materia previdenziale il problema di gran lunga più avvertito è quello che riguarda il ricongiungimento dei contributi (41%). Proprio quando si parla di welfare e di tutele emergono le maggiori criticità. A cominciare dall’assistenza sanitaria e dalla pensione integrativa: circa i due terzi dichiarano che il proprio datore di lavoro non versa alcun contributo a tali fini. Ciò dipende dal fatto che in molti casi prestazioni di questa natura non sono contemplate. Come nel caso dell'assistenza sanitaria: da quest'ultima sarebbero esclusi otto/nove lavoratori su dieci, fra ricercatori, docenti, operatori culturali e dello spettacolo, lavoratori nel campo socio-sanitaria (92%). Quanto alla pensione integrativa, il 72% non aderisce ad alcun fondo. Il rimanente 28% si suddivide in misura uguale fra adesione nella sola forma collettiva e in quella individuale.

Ruoli
Rimane il nodo della rappresentanza: nel mondo professionale gli Ordini hanno spesso il doppio ruolo di controllori, ma anche di difensori del sistema. Il tasso di sindacalizzazione è pari all'8,2% e tra questi solo l'1,2% è iscritto anche a un'associazione professionale.

Ma dalla ricerca emerge che gli Ordini e gli Albi vengono criticati da chi ne fa parte e agognati da chi non li ha. Un atteggiamento contraddittorio che spiega anche perché sia tanto difficile creare un rappresentanza sindacale. I numeri però confermano che questo è un mondo in evidente evoluzione. E nessun «cambio epocale» può essere escluso.

titolo: I professionisti bussano alla porta
autore/curatore: Redazione
fonte: Corriere della Sera
data di pubblicazione: 02/05/2011
tags: welfare, cgil, pensioni

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