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Ordini e albi: le sanzioni inesistentiControllori e controllati; giudici e giudicati: il rapporto tra i professionisti e i loro ordini di riferimento è descritto in questo binomio dal sapore giuridico. Secondo l’ordinamento, il primo giudice sull’operato e il rispetto della deontologia non è il tribunale ordinario ma l’organismo stesso che rappresenta le professioni. Eppure i numeri evidenziano una realtà fatta di luci e ombre dove l’efficacia dell’azione sanzionatoria risulta messa in dubbio. Nel 2010, su 230mila avvocati sono stati solo 334 i procedimenti disciplinari arrivati al Consiglio Nazionale Forense (che rappresenta l’organismo di appello dopo i consigli regionali). Simile la proporzione dei commercialisti dove rispetto ai 110mila iscritti i procedimenti che arrivano al Consiglio Nazionale sono meno di 100 all’anno. La prassi è semplice: gli ordini locali istruiscono una pratica a seguito di una denuncia esterna oppure di un procedimento penale avviato dalla magistratura nei confronti di un iscritto. La pratica può essere chiusa se il fatto non sussiste oppure portata al giudizio della commissione disciplinare che commina la sanzione. Una volta sanzionato, il professionista può ricorrere al consiglio nazionale. Questo comporta un frazionamento dei dati e dei procedimenti nei vari organismi territoriali oltre all’impossibilità di verificare con esattezza il numero delle segnalazioni che arrivano dai cittadini. «A Campobasso – spiega il dottor Ernesto La Vecchia, presidente dell’ordine dei Medici e del collegio arbitrale che giudica le violazioni professionali – ci sono circa 4mila camici bianchi e in commissione disciplinare finiscono solo 3 o 4 casi all’anno».

Il caso dei medici, in realtà, si distingue da tutti gli altri perché per la prima volta da tre anni all’interno del collegio giudicante è prevista la presenza di una persona terza, generalmente un avvocato.

«L’ideale iniziale – commenta La Vecchia – era quella di dare terzietà al giudizio, ma una persona estranea ad una professione che ha dei tecnicismi così elevati, spesso non riesce a coglierne le sfumature e ad essere obiettiva come dovrebbe».

Il concetto è chiaro: meglio che i professionisti si giudichino tra loro, così come avviene per tutti gli altri ordini.

Nel caso degli avvocati le statistiche rivelano un aumento dei procedimenti discussi nell’anno dal Consiglio Nazionale Forense. Se nel 2004 i procedimenti in discussione erano 234 e 291 nel 2009, nel corso dell’ultimo anno sono arrivati a 334. Rispetto a questi, sempre a fine 2010, i procedimenti chiusi sono stati 290 e 237 quelli pendenti. Anche in questo caso, come in quello dei medici, la riforma forense attualmente in discussione alla Camera prevede la modifica del procedimento. Oggi chi istruisce la causa e chi giudica è sempre il consiglio dell’ordine di appartenenza del professionista. Nella riforma viene separato l’organo requirente da quello giudicante, stabilendo che la composizione di entrambi è aperta ad avvocati che appartengono ad altri consigli dell’ordine. Insomma, un avvocato non sarà più giudicato dai suoi referenti diretti, ma da consiglieri di altre province. Diverso è il caso dei commercialisti che ancora vengono giudicati dall’ordine locale di riferimento con la possibilità di ricorrere in appello prima al Consiglio Nazionale e poi al tribunale ordinario. Sulla piazza romana, una delle più grandi in Italia che conta 10.600 iscritti e circa 8.000 che esercitano la professione, il numero dei procedimenti aperti nel 2010 si aggira intorno ai 130, dei quali circa il 50% viene archiviato e l’altra metà va in giudizio.

«Le inchieste vengono aperte anche da notizie di stampa – racconta Stefano Pochetti, presidente della Commissione disciplinare – ovviamente quando la violazione è collegata a un processo penale, si sospende il giudizio dell’ordine in attesa dell’esito del procedimento giudiziario. Attualmente abbiamo ancora aperti 80 procedimenti disciplinari».

Purtroppo non sempre l’attività di controllo interno si distingue per la sua durezza e molte volte si sono verificati casi, anche eclatanti, di professionisti arrestati dalla magistratura ordinaria ma non sospesi dai loro ordini di riferimento.

«Il problema – spiega Domenico Posca, presidente dell’Unione italiana commercialisti e ed exconsigliere delegato alle sanzioni dell’ordine dei commercialisti di Napoli – è che gli organi disciplinari non dovrebbero essere composti solo da interni. Anche perché si può verificare che il procedimento disciplinare possa trasformarsi in un’arma di rivalsa politica verso alcuni colleghi e in uno strumento di tutela verso altri».

A Napoli, ad esempio, su 6mila iscritti all’ordine ogni anno i procedimenti aperti variano dai 30 ai 50: troppo pochi.

Non diversa è la situazione degli ingegneri anche se – fanno sapere dal Consiglio Nazionale – di recente si sono verificati alcuni casi in cui gli ordini locali sono stati estremamente duri arrivando alla cancellazione dall’albo di colleghi che si erano macchiati di crimini gravi come un caso a Palermo di collusione con la mafia.

Lo stesso accade per i notai dove gli ultimi dati disponibili evidenziano che nel 2008 in Italia ci sono stati 55 provvedimenti segnalati alle Commissioni disciplinari dai Consigli notarili conclusi con 39 condanne, 9 assoluzioni e 7 non luogo a procedere.

Loro, come gli altri, vivono con ambivalenza e un pizzico di ambiguità questo doppio ruolo di controllori e controllati, dove le parti si scambiano, i ruoli si confondono, e rischiano di chiudere un occhio di fronte al reato più grave per un professionista: il tradimento della propria deontologia.

titolo: Ordini e albi: le sanzioni inesistenti
autore/curatore: Daniele Autieri
fonte: La Repubblica
data di pubblicazione: 07/03/2011
tags: ordini professionali, albi, collegi, sanzioni, disciplina, commissione deontologica

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