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Una società intorpidita; anzi bloccata, paralizzata. In altre parole: mobilità sociale zero, o quasi. Così viene spesso descritta da allibiti analisti l’Italia degli ordini professionali («le corporazioni»), dove rischia di esistere perfino, era una proposta dell’amministrazione capitolina, un albo dei centurioni del Colosseo, quelli che si fanno fotografare dai turisti. Parodia di un paese che ama darsi regole più simili, in realtà, a pastoie protettive a uso e consumo di ristretti gruppi, affetti da inguaribile familismo: coi figli che ereditano il mestiere dei padri, sorta di welfare made in Italy. Notai, farmacisti, avvocati, commercialisti, ingegneri, giornalisti, architetti, medici e via dicendo. Mondi certamente diversi nello specifico (sono 23 gli ordini regolamentati per legge), ma in fondo uguali quanto ai criteri che regolano la gestione degli albi con le relative barriere burocratiche che tengono alla larga curiosi e scocciatori.

Secondo un’indagine di AlmaLaurea (periodo di riferimento 2008), la classe sociale di provenienza, come prevedibile, condiziona nei giovani la scelta della facoltà universitaria. Ma il fenomeno ha una sua preponderanza anche per il successivo sbocco lavorativo e tra padri e figli ricorre il coincidere del tipo di laurea conseguita. Il 44% dei padri architetti, afferma il rapporto, ha un figlio (maschio) laureato in architettura; il 42% dei padri laureati in giurisprudenza ha un figlio con lo stesso titolo di studio. Per i farmacisti il 'fattore ereditario' è del 41%, mentre per ingegneri e medici è del 39%.

Separa nettamente due fenomeni il Censis: che mette sotto sorveglianza non tanto gli ordini professionali, quanto la scarsa cultura del lavoro autonomo. «Il fenomeno dei figli che fanno lo stesso mestiere dei padri, nei vari ordini, non supera in media il 1012%: dunque sembra un fatto abbastanza marginale, non di massa», afferma Maria Pia Camusi, che a lungo si è occupata di questi temi per il Censis (è ora direttore di R.ETE. Imprese Italia). «Quello che irrigidisce il sistema è piuttosto lo scarso sostegno al lavoro autonomo e un mercato complessivo che certo non favorisce la mobilità e l’inserimento».

Illustre 'figlio di papà' è il presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti, Claudio Siciliotti, che si è formato professionalmente nello studio di suo padre. «Il numero dei nostri professionisti è cresciuto in 30 anni di 3040 mila: oggi siamo in totale 111 mila. Dunque il nostro mondo è aperto e non siamo affetti da tassi di ereditarietà forti. Il fatto poi di essere figlio di un padre commercialista può anche rappresentare un valore e un indirizzo importanti: purché questo non impedisca ad altri di accedere alla professione. Ma non nego che oggi dobbiamo comunque aiutare i più giovani all’inserimento, perché per loro c’è un’oggettiva difficoltà di intraprendere iniziative proprie».

C’è, in effetti, un denominatore comune che sembra ormai imporsi come fattore trasversale anche per tutte le categorie dotate di albo: i più giovani, almeno quelli con meno protezioni familiari, hanno crescenti difficoltà a trovare una collocazione e una stabilizzazione professionale, a entrare cioè in mondi foggiati a misura di padri e di nonni. E il sistema sembra essersi inceppato, rischiando di non garantire più quel ricambio generazionale che gli sarebbe indispensabile per la sua conservazione.

«Gli ordini tradizionali, a prescindere dal numero degli iscritti, si stanno svuotando dall’interno: è un sistema che si estinguerà perché i professionisti migliori se ne vanno via», afferma drasticamente l’avvocato Riccardo Cappello (presiede l’Associazione giuristi e consulenti legali, aderente a Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici), autore del libro fresco di pubblicazione, Il cappio. Perché gli ordini professionali soffocano l’economia italiana (Rubbettino editore). «Secondo i miei calcoli aggiunge Cappello , oltre il 60% dei figli dei vari professionisti fa lo stesso lavoro dei genitori: è questa la meccanica su cui sta in piedi il sistema. E un paradosso del mondo degli avvocati, per esempio, è che in Italia, con 230 mila iscritti all’albo forense, importiamo dall’estero le consulenze legali: come dire, altrove si sviluppano professionalità migliori e meritocratiche, che qui da noi mancano».

Sotto la lente della perplessità ricorrente c’è in particolare il Consiglio dei notai, ma anche l’Ordine dei farmacisti: o piuttosto il sistema chiuso che vincola la distribuzione sul territorio delle farmacie (similmente a quella dei notai), dove lavorano circa 50 mila iscritti all’albo di categoria, tra titolari, soci di società e collaboratori (questi ultimi, ovvero i commessi di negozio, sono circa 30 mila). «È un criterio folle afferma Cappello , basato sulla spartizione dei territori e delle relative popolazioni: è giusto e plausibile che ci sia un minimo garantito nel numero delle farmacie. Ma qui di fatto c’è, invece, un massimo prestabilito, ovvero un tetto che blocca l’eventuale concorrenza. Le farmacie sono un’attività commerciale, che viene gestita tuttavia in maniera completamente protezionistica e familistica».

Altra versione dei fatti arriva prontamente da Federfarma (la federazione delle farmacie). «Il numero delle farmacie – osserva Annarosa Racca, presidente di Federfarma aumenta ogni anno: dal 1975 a oggi è aumentato del 34%, passando da 13.271 a 17.796, a fronte di un aumento della popolazione che, nello stesso periodo, è stato dell’8,6%. Il lavoro nel nostro settore c’è e il sistema non è bloccato, si basa anzi sui concorsi».

titolo: L'Italia delle corporazioni
autore/curatore: Andrea Rustichelli
fonte: La Repubblica
data di pubblicazione: 13/12/2010
tags: corporazioni, ordini professionali, riforma professioni, associazioni professionali

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