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Nell'annosa questione di quali siano le competenze del counselor e quali quelle dello psicologo si è aggiunta, ora, anche un'interrogazione parlamentare, presentata il 12 gennaio u.s, dall'On. Paola Goisis, (gruppo Lega Nord Padania) in cui si chiedeva 'ai Ministeri della Salute e della Pubblica Amministrazione e Innovazione di intervenire rispetto alla figura professionale del Counselor, ritenuta confliggente con le prerogative della professione di psicologo, e si palesava la volontà di occuparsi della vicenda anche attraverso l'intervento dei NAS dei Carabinieri sul territorio, teso a verificare eventuali situazioni di abuso.

Io credo che uno dei nodi strutturali della questione è che noi counselor siamo costretti a difenderci dalle accuse e dalle varie cause mosseci per abuso di professione da alcuni Ordini professionali degli psicologi perché, nella nostra attuale cultura/società, è passato l'assioma che sia appannaggio esclusivo della figura dello psicologo la cura di tutto quanto attiene alla sofferenza e al disagio dell'uomo.

Vorrei, invece, sostenere che non dobbiamo difenderci evidenziando che il nostro lavoro non è abuso di professione psicologica, ma anzi dovremmo sempre più sostenere che non è né logico né assiomatico che l'affiancarsi all'uomo nella sua sofferenza del vivere sia patrimonio esclusivo dello psicologo.

Con sofferenza e disagio si vivono esperienze di solitudine, dubbio, aggressività, sessualità, morte, mancanza di autostima, comuni esempi di difficoltà esistenziali. Non vedo perché non possano esserci, nel campo delle relazioni di aiuto, altri soggetti, oltre agli psicologi, che operino come agevolatori per la ricerca della soluzione personale del problema, permettendo al cliente di diventare consapevole delle sue responsabilità e delle sue scelte.

Dinnanzi alla decadenza delle figure religiose o dei saggi, come punti di riferimento del paese, a chi può rivolgersi chi è attanagliato da difficoltà relazionali e di inadeguatezza di fronte ad una sempre più assillante pretesa di efficienza da parte della società?

Anche perché l'aver lasciato al solo appannaggio della psicologia/psicoterapia la sofferenza del vivere ha generato nella gente un sentimento di crescente inadeguatezza personale facendola sentire malata perché in difficoltà nell'affrontare la gamma delle vicende sentimentali, lavorative, sociali che generano un'incapacità di sostenere il peso dell'altro e dell'alterità, cioè dell'altro che è in noi.

D'altronde, intervenire in tempo con l'educazione alla crescita personale, molto probabilmente eviterebbe la terapia. E la guida alla crescita personale può benissimo essere operata da persone diverse dallo psicologo. Al counselor ben riesce il compito di risvegliare la libertà: libertà da pregiudizi, da condizionamenti inutili, da sensi di colpa ingiustificati e libertà di autodeterminarsi e conoscersi per modificare, all'occorrenza, le convinzioni, gli atteggiamenti, i comportamenti che vengono assunti per modellare la propria vita. È dunque un lavoro teso a scardinare gli automatismi, la tendenza alla generalizzazione e alla semplificazione della complessità del vivere.

È, invece, assumendosi la responsabilità delle proprie scelte che l'individuo afferma la sua autonomia nel disegnare la propria vita; perché, come ben sappiamo, l'area dello psichismo non è riempita da cose, ma dalle rappresentazioni delle cose, dal senso che le cose assumono per noi.

La sofferenza è insopportabile se non si cerca di capirla e spiegarla, ma, nella nostra attuale società tecnologica, sempre di più vengono disattese le richieste di senso che l'uomo si pone; le risposte che questa società ha prodotto ai bisogni dell'uomo sono un consumismo compulsivo - come se gli oggetti potessero riempire il vuoto esistenziale - e una medicalizzazione per ogni forma di sofferenza. L'individuo è stato spodestato dalla prerogativa di prendersi cura di se stesso ed è stato persuaso a delegare tale compito alle strutture mediche/psicologiche.

Viviamo un tempo povero, sia di simboli che di capacità di ascolto, che rende difficile produrre valori e significati. Il venir meno di ideali ci ha reso più precari, quasi senza fondamenta, generando una diffusa apatia e aridità, una perdita di vitalità e anche di capacità di reagire al proprio malessere con le proprie forze.

Come mai la difficoltà di risolvere le proprie sofferenze e l'antica e sofferta domanda intorno al senso dell'esistenza, sono entrate nel campo della psicologia, come fosse una manifestazione del patologico?

Mi sembra che al disagio della civiltà si è cercato di porre rimedio prima con le pratiche religiose e oggi esclusivamente con la psicologia.

Il compito del counselor non è quello di far integrare al meglio l'uomo nella realtà che lo circonda, ma affiancarlo nel trovare risposte ai suoi aneliti, ai dubbi, ai problemi, per metterlo in condizione, fornendogli gli opportuni strumenti critici, di scegliere se e come interagire con la società in cui vive. Sono convinta, quindi, che la sofferenza dell'uomo possa essere sostenuta benissimo da figure professionali alternative allo psicologo, formate sì con conoscenze psicologiche ma anche, io proporrei, filosofiche, sociologiche e di antropologia culturale, e con una capacità all'ascolto competente e non giudicante. Un professionista dell'ascolto che può sopperire all'impoverimento delle relazioni e alla carenza di comunicazione profonda.

Il counselor sa come attivare, nel cliente, la capacità di porsi domande e aprire nuovi orizzonti di significato. E darsi risposte di senso significa chiarire a se stesso la propria idea del mondo, perché chiaramente nessuno abita un mondo oggettivo, ma l'idea che ha di esso.

Il counseling non promette al cliente l'annullamento del suo dolore, perché cosciente della sua inseparabilità dall'esistenza, ma vuole insegnare a gestire la sofferenza prendendosi, come dicevamo, cura di se stessi, iniziando una ricerca di senso. Perché la grossa sofferenza - patire - è l'essere costretti a subire quello che non si può scegliere. Il compito del counseling non è certo quello di modificare il mondo, ma di aiutare il cliente a vedere i suoi problemi in un'ottica diversa e spesso come non-più-problemi.

Potremmo, così, provare a leggere il sintomo come una richiesta di considerazione, rispetto, attenzione che l'individuo chiede all'altro che lo ascolta. Il disagio diventa così la protesta per antonomasia, l'indicatore di una vita minacciata dallo spaesamento e dalla sofferenza data dalle occasioni perdute; tutto ciò non può essere liquidato come patologia, né messo sotto silenzio con ansiolitici.

Appiattire il disagio nell'area della patologia significa non riconoscere all'uomo questa forma di inquietudine che gli appartiene ed anzi lo fa uomo: fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza….

Ribadiamo che il counseling non solo è diverso da qualsiasi psicoterapia, ma opera sul disagio - specialmente quello esistenziale - con la convinzione che esso non solo non sia una patologia, ma che anzi può essere ricondotto all'esigenza di autorealizzazione e di ricerca del sé, la qual cosa è ben lontana da essere patologica. Inoltre usare ed abusare dell'astratto criterio di salute e di malattia per classificare i comportamenti umani trascura l'unicità del singolo, riduce la normalità a semplice assenza di problemi (l'uomo sano è colui che non ha problemi e quindi… non ne crea!).

Sto proponendo, con il counseling, quasi una controcultura che lotti per una politica della soggettività, attraverso una lettura davvero critica dell'attualità e di questa società che tende a deprivare l'individuo del farsi protagonista della sua vita, massificandolo e offrendogli solo sostegni, ortopedie consolatorie e che ha eccessivamente psicologizzato il tutto, ritenendo che anche il mal d'anima sia qualcosa che non va, invece di considerare il disagio uno stimolo per accrescere la propria interiorità e rendere la vita piena, ricca di valore e di senso.

Patrizia Bova, Counselor, è membro dell'associazione di counselor 'PensareAltrimenti' (n.d.r.).

titolo: Come il counseling cura il disagio esistenziale
autore/curatore: Patrizia Bova
argomento: Professione
fonte: AssoCounseling
data di pubblicazione: 18/10/2010
keywords: Patrizia Bova, counseling, disagio esistenziale, psicologo, competenze, riserve professionali

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