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Talent war e competizione cooperativa nell'era del capitalismo intellettualeA partire dalla fine degli anni '90 la piena presa di coscienza della scarsità delle risorse, della conseguente necessità di costante confronto tra risultati e costi, e del processo di iper-competizione tra sistemipaese e tra singole aziende indotto dalla globalizzazione, ha generato una fortissima e diffusa richiesta di professionalità e managerialità, imponendo in tutti i settori un'approfondita valutazione delle competenze e delle capacità disponibili. Nello stesso tempo, le logiche innovative dell'economia della conoscenza rivoluzionavano i principali paradigmi economici: la conoscenza diventava il nuovo fattore produttivo e competitivo vincente ed il lavoro professionale in forma dipendente pervadeva la maggior parte delle organizzazioni.

L'era del capitalismo intellettuale è dunque la rivoluzione silenziosa del terzo millennio. L'uomo ritrova un posto centrale nel sistema economico perché tramonta il modello dello sfruttamento meccanico di capitale e lavoro e la conoscenza diventa il motore dell'innovazione e della capacità concorrenziale di imprese e sistemi-Paese. Il nuovo capitalismo antropocentrico si sviluppa sul valore economico della professionalità e delle innovazioni tecnologiche. E' la sintesi finale, la simbiosi vincente, la saldatura competitiva tra economia, conoscenza e tecnologia.

E' una rivoluzione 'dolce', ma sconvolgente perché mette in discussione anche il concetto di stato-nazione e le istituzioni su cui era basato il modello industriale. I confini nazionali, l'appartenenza di classe, la fabbrica, lo studio professionale vengono infatti sostituiti o superati dalle reti locali e globali di scambio e condivisione delle informazioni a cui partecipano soggetti individuali, sociali, imprese, istituzioni, movimenti culturali: le guerre dei saperi e dei talenti diventano le guerre di potere dell'economia della conoscenza, hanno come palcoscenico reti tecnologiche e media del sistema globalizzato, e come nodi di contatto i blog, i social network, gli opinion leader e i capitalisti intellettuali stessi.

E' qui che emerge il significato profondo del capitalismo intellettuale: spostare la visione dell'economia dalla produzione alla condivisione, ossia dal consumo razionale ma finito dei fattori disponibili (capitale e lavoro) alla creazione di reti che facilitano la condivisione intelligente di quanto i capitalisti intellettuali conoscono, sanno e sanno fare. E questo perché la conoscenza ha, diversamente dagli altri fattori della produzione, caratteri accrescitivi e non diminutivi: quanto più si diffonde e si distribuisce, tanta più ricchezza è in grado di creare. È la caratteristica di fondo di ogni rete, che vive solo se non è singolare e, al contrario, prospera al crescere dei nodi di cui è dotata. E dunque la vera rivoluzione nella rivoluzione non è l'avvento della conoscenza in sé ma lo scambio delle conoscenze, vero motore della creazione di valore nell'impresa e nella società.

La competizione si vince allora diffondendo sempre più la conoscenza stessa, abbassandone i costi ed i tempi di scambio, ed assecondando la novità più importante di questa nuova era: per la prima volta nella storia dell''homo economicus' diventa conveniente investire nei processi di apprendimento e di manipolazione dei saperi. Nonostante ciò, il sistema continua ad essere capitalistico perché il profitto viene generato come premio rispetto al rischio finanziario/imprenditoriale ed è allocato sulla base del diritto di proprietà. La differenza è che prima si rischiavano solo capitali mentre ora si investe la propria conoscenza individuale.

La tendenza alla professionalizzazione ridisegna dalle fondamenta il contesto competitivo del pianeta. I meccanismi e le regole di controllo dell'offerta di professionalità diventano sempre più cruciali. E questo perché generazione di conoscenza e produzione di valore sono facce della stessa medaglia anche quando non vengono realizzate in settori totalmente 'knowledge intensive': le conoscenze pratiche legate a contesti di 'saper fare' e di apprendimento 'on the job' assumono un'importanza tale da giustificare la loro assunzione generalizzata a veri e propri saperi. Senza dimenticare che la conoscenza non si trasmette meccanicamente da computer a computer, non circola da sola nelle reti, non crea spontaneamente soddisfazione e ricchezza. La conoscenza è innanzitutto nella mente delle persone: sono i capitalisti intellettuali che decidono i modi di'appropriazione, le forme della selezione, gli obiettivi dell'utilizzo, le modalità di conservazione e trasmissione. Sono loro che gestiscono i saperi e li mettono a frutto nei fatti concreti.

In questo ambito, la diffusione dei professionisti/knowledge workers rappresenta molto più di un arricchimento delle mansioni dei lavoratori tradizionali. Questa è una delle trasformazioni dalle conseguenze economico-sociali più vaste e rilevanti di cui probabilmente siamo ancora ben lontani dall'aver compreso e valutato la portata. Ma non è difficile coglierne un effetto che generalmente si è dispiegato: il mondo del lavoro si è progressivamente disarticolato, dando luogo ad uno scenario nel quale emergono universi che presentano nuove articolazioni, nuovi profili professionali, nuovi ruoli manageriali, nuove configurazioni funzionali e gerarchiche.

In realtà, tale processo di trasformazione non contraddice la contemporanea presenza di una dimensione di sistema dove sussistono ancora ampi elementi di gerarchia, comando, controllo e direzioni, per lo più distribuite in rete. Le organizzazioni e le imprese più grandi si trasformano allora in universi dinamici: ogni universo si espande e si contrae simultaneamente in varie parti del mondo, è modulare e orizzontale al tempo stesso, giacché presuppone un network globale diffuso territorialmente di rapporti tra aziende di grandi dimensioni ed il mondo dei capitalisti intellettuali, fatto di professionisti dipendenti, studi professionali, lavoro intellettuale o artigiano in outsourcing.

Più cresce la rete, più crescono le dimensioni e gli universi, più cresce la complessità, più aumentano il caos e la dissipazione di energia per ricostituire l'ordine perduto. Non servono, dunque, tecnologie predittive per capire che, quanto più i sistemi si evolvono con accelerazioni non lineari verso un sistema pervaso dalla complessità, tanto più le imprese e le persone che prevarranno nel futuro saranno quelle in grado di vivere e gestire i processi di conoscenza in rete, relazionandosi contemporaneamente a più snodi di sistema, ed essendo abituati a farlo dissipando la minor energia possibile in termini di costi, tempo e fatica.

D'altra parte, nella profonda instabilità del contesto complessivo, gli ancoraggi classici del modello industriale perdono velocemente valore, come dimostra anche la recente crisi finanziaria e gli effetti che sta provocando su quelle che presumevamo come grandi aziende immortali (General Motors, Lehman Brothers, Chrysler, Alitalia, solo per fare alcuni esempi). Le 'incapacità di apprendere' sono state fatali a queste organizzazioni. Già genericamente, le serie storiche sulla vita delle imprese dicono che, proprio a causa di tali incapacità, poche aziende vivono la metà di quello che vive una persona: la maggior parte, infatti, muore prima di raggiungere i quaranta anni.

Si pensi allora a quanto è successo o sta succedendo in un contesto di capitalismo intellettuale fatto di cambiamento continuo, di perturbazioni finanziarie, di non linearità dei processi: in altre parole, di caos. Analizziamo un caso positivo: Fiat stava implodendo in una crisi profonda appena tre anni fa ma ha avuto il coraggio di ristrutturarsi e di investire in talenti, saperi ed innovazione ed ora sta diventando il secondo player mondiale dell'industria automobilistica. E questa è un'altra grande rivoluzione del capitalismo intellettuale: se arrivi prima ed hai talenti e conoscenze di valore, non importa quanto tu sia piccolo: alla fine puoi comunque 'mangiare' il grande.

Non a caso, oltre alla conoscenza, l'unico filo rosso costante di questa fase è l'accelerazione del cambiamento, che impone a tutti i soggetti economici e sociali di accettare e promuovere un continuo e permanente stato di innovazione. Ma attenzione: non si tratta della 'semplice' innovazione tecnologica (che rimane uno degli elementi principali ma non certamente l'unico) bensì il cambiamento senza vincoli o pregiudizi delle organizzazioni, dei processi, dei prodotti, delle idee. È uno vero e proprio 'stato della mente' che va coscientemente alimentato per capire ed operare rimanendo in contatto con l'evolversi dei fenomeni reali. Predisporre la mente ad accettare e a cercare l'innovazione in modo permanente equivale a predisporre le persone e l'organizzazione a riconoscere, accettare e gestire il rischio. E nel capitalismo intellettuale sono ancora una volta la conoscenza e, di conseguenza, la consapevolezza gli alimenti che possono cambiamento e i suoi rischi.

L'economia della conoscenza, l'economia della fusione tra informazioni, saperi e tecnologia è dunque caratterizzata da un differente livello di equilibrio rispetto alla precedente. Si vince solo se si alimenta costantemente l'innovazione e, come dimostrano le più recenti evoluzioni del mercato se vincono tutti: la relazione esistente tra le grandi imprese, i grandi successi e i tanti soggetti imprenditoriali e professionali di nicchia è una sorta di competizione cooperativa, simbiotica. Una specie di ecosistema in cui convivono anche tanti altri: predatori, vittime e soggetti indifferenti. I nuovi soggetti dominanti sono però quelli che vivono, per così dire, in simbiosi fra di loro.

Tale riflessione evolutiva è di fondamentale importanza per leggere gli scenari prossimi venturi: nell'economia tradizionale i prodotti/servizi 'best-seller' toglievano spazio agli altri. Tra i primi e i secondi vigeva la legge di Pareto sulla distribuzione della ricchezza: il 20% dei prodotti/servizi generava l'80% del fatturato. Ma anche l'economia dell'informazione della fine degli anni '90 seguiva la stessa regola: dalla rete emergevano sempre i siti più visitati, mentre i meno visitati tendevano a restare indietro. Nelle riallocazioni distributive dell'economia della conoscenza, tali logiche non esistono quasi più: le 'killer application', i prodotti/servizi più competitivi sono quelli che si mettono meglio al servizio degli altri, sempre più spesso attraverso la rete. Si pensi a Google: esiste ed ha ragione di essere perché esistono tutti i siti che contribuisce a trovare, così come i siti di nicchia hanno senso perché esiste un motore di ricerca che consente di farne emergere i contenuti.

Il salto di paradigma è straordinario: mentre nell'economia industriale il valore era dato dalla scarsità (si pensi al prezzo delle materie prime), ora il valore è dato dall'abbondanza. Nel sistema economico delle reti quanti più telefonini ci sono tanto più conta e ha valore quella rete. Tutta la storia più recente del capitalismo andrebbe riletta sotto questa nuova luce. Attraverso il web la conoscenza si è liberata dalla necessità di essere incorporata in beni/prodotti materiali e ha cominciato a circolare in modo fluido legandosi a servizi, simboli, software, generando in tal modo percorsi di sviluppo ciclico: ricerca di talenti e competenze, processo di condivisione delle professionalità che genera innovazione (la 'distruzione creatrice' di schumpeteriana memoria). L'innovazione viene scaricata sul mercato ma i processi imitativi dei concorrenti e la domanda dei clienti determinano la necessità di cercare nuove competenze e nuovi talenti per creare nuovi, ulteriori orizzonti competitivi. Tutto ciò costringe a riflettere in modo diverso: non si fa più competizione individuale, si fa competizione cooperativa, simbiotica. Non si vince più da soli: o vincono tutti o, spesso, non vince nessuno.

titolo: Talent war e competizione cooperativa nell'era del capitalismo intellettuale
autore/curatore: Angelo Deiana
argomento: Riforma della professioni
fonte: Terza Corsia on line, n° 25, giugno 2009
data di pubblicazione: 01/06/2009
keywords: Angelo Deiana, talent war, riforma delle professioni, economia della conoscenza

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