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Pare di sì! Lo conferma, purtroppo, la recentissima notizia rimbalzata sui social della radiazione dall’Albo degli Psicologi di tre serie, competenti e apprezzate professioniste, forse ritenute ree di essere troppo accondiscendenti nei confronti del counseling non psicologico.

Per quanto non sia nostra intenzione entrare nel merito di una decisione presa in casa d’altri, tuttavia non possiamo esimerci da alcune poche considerazioni riguardo a una determinazione che, inaudita per i suoi significati culturali, sociali e politici, ci lascia allibiti.

In primo luogo come cittadini, perché un provvedimento di tale forma e misura, che “punisce” il dissenso, mirando a impedirne la libera espressione, sembrerebbe in contrasto coi più elementari diritti costituzionali.

In secondo luogo come professionisti che operano nel campo della relazione d’aiuto e del sostegno alle persone, usi a fare della comunicazione, della relazione e del principio di inclusione i principali strumenti della propria attività professionale.

Punire chi dissente ci riporta a un tempo della storia che vorremmo fosse lasciato alle spalle, mentre preferiremmo dare per acquisito e scontato l’inviolabile diritto di ogni persona a contribuire, anche con la più ampia libertà di parola e di opinione, al progresso della società nella quale viviamo e operiamo e della cultura che l’anima. Crediamo che tutelare il dissenso sia, oltreché doveroso costituzionalmente, necessario e indispensabile per attribuire valore alla democrazia, nutrirne il pluralismo e garantirne l’alternanza ideologica.

All’opposto, sapere che l’Ordine degli psicologi – che, ricordiamo, è un ente ausiliario dello Stato, la cui funzione dovrebbe essere quella di garantire il cittadino circa la professionalità e la competenza dei propri iscritti – abbia proceduto contro le tre professioniste non per aver ravvisato scarsa competenza nel loro operare professionale, ci pone davanti al dubbio che nel nostro paese, con l’avallo dello Stato, si possa sacrificare chiunque per ragioni che paiono forse più ideologiche che professionali.

Per quanto indirettamente, è chiaro infatti come, da dietro la maschera dell’apparenza delle forme, il provvedimento dell’Ordine non colpisca soltanto le tre psicologhe, ma finisca (pare fin troppo evidente!), per effetto d’irradiazione, per investire un contesto assai più ampio.

Un contesto nel quale da anni migliaia di professionisti, sia psicologi sia counselor non psicologi, con lungimiranza e determinazione, hanno posto solide basi per la realizzazione di un processo che consenta lo sviluppo di una professione che, già presente sotto il profilo socio-economico, possa finalmente sviluppare tutto il suo potenziale, professionale e culturale, a beneficio dell’intera comunità sociale, nell’ottica del più fruttuoso principio di collaborazione e multidisciplinarietà.

Rebus sic stantibus, insieme a Pirandello anche noi rifiutiamo le maschere e le apparenze, consapevoli di come esse siano in grado di offrire soltanto una “forma” che condanna alla solitudine, nella quale la propria visione non può mai coincidere con quella degli altri. Ovvero preferiamo quella “sana” follia che consente alle persone di manifestare i propri pensieri in totale libertà e, con ciò, consente di essere ed esistere realmente.

E tuttavia continuiamo ad aver fiducia, perché siamo più che certi che l’ampio e ricco mare della psicologia italiana non è riducibile al magro bicchiere da osteria portato in scena in questi giorni.


Scarica il comunicato

titolo: Chi si avvicina al counseling si brucia?
autore/curatore: UNICO
fonte:
data di pubblicazione: 06/08/2021
tags: radiazione, Ordine degli psicologi del Lazio, tavolo UNI

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