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È allarme rosso per il mondo dei professionisti italiani. Come documenta l’inchiesta di copertina del CorrierEconomia di oggi, sono 300 mila i posti di lavoro a rischio soprattutto tra avvocati, architetti e consulenti. Secondo le stime degli ordini professionali entro l’anno un sesto del terziario qualificato italiano rischia di essere cancellato con un tratto di penna e, cosa forse ancor più grave, la decimazione si sta consumando nel silenzio e la disattenzione generale. Eppure i grandi studi sono costretti a tagliare gli organici e i piccoli chiudono uno dietro l’altro, lasciando fuori della porta una generazione di laureati che aveva già pagato duramente le barriere all’ingresso.

Per città come Milano, poi, lo svuotamento degli studi professionali causa un terremoto destinato a scuotere il mercato del lavoro locale e a condizionare pesantemente la capacità di attrarre talenti. I motivi dell’indifferenza verso questo fenomeno si possono spiegare in molti modi. I professionisti non hanno mai goduto di buona stampa, non sono stati mai troppo «simpatici» e anzi a lungo sono stati percepiti come portatori di una rendita di posizione. L’incapacità, poi, di dotarsi per tempo di una rappresentanza non corporativa e capace di parlare all’esterno ha fatto il resto. Risultato: tra gli avvocati, gli architetti e l’opinione pubblica non è mai scattato il giusto feeling e il mondo delle professioni è rimasto isolato, quasi fosse un’isola di privilegi duraturi. Per di più se la Grande Crisi ha fatto riscoprire a tutti la forza e l’importanza del settore manifatturiero, ha avuto come conseguenza una rimozione delle necessità di articolazione dell’economia reale. L’illusione che circola qua e là, nella politica e tra le rappresentanze, è che un Paese moderno possa pensare di ripartire e svilupparsi con una sola gamba. D’altro canto che la recessione si abbattesse, un giorno o l’altro, sul terziario qualcuno — leggi Giuseppe De Rita — lo aveva previsto e aveva anche anticipato che ci avrebbe trovato impreparati. Il terziario italiano dopo i «meravigliosi anni Ottanta», segnati da innovazione e mobilità sociale, non è riuscito ad operare il necessario salto di qualità e anzi ha accumulato ritardi dopo ritardi. Le multinazionali hanno potuto tranquillamente fare shopping scegliendo fior da fiore, mentre il grosso delle aziende italiane ha finito per vegetare e prendere i contorni del settore-rifugio con costi alti, competitività incerta e occupazione precaria. Se dunque in astratto è difficile negare che — crisi o non crisi — vi fosse bisogno di ristrutturare, in concreto (purtroppo) ciò avviene darwinianamente sotto i colpi della recessione senza che siano in campo idee e progetti di riconversione. In queste condizioni i tagli si presentano come un impoverimento, una rottamazione di culture e competenze che non si riproducono certo da un giorno all’altro.

La diaspora dei professionisti chiama in causa anche le politiche di welfare. In questo caso la combinazione tra rischio e tutele è quanto mai squilibrata se confrontata con altri settori. È un problema quasi atavico per l’Italia: i sistemi di protezione non aiutano chi fa scelte di mercato e ogni giorno si espone alla concorrenza, mentre massimizza il dividendo di quanti possono presidiare la loro piccola rendita. In concreto per chi è espulso dal circuito degli studi professionali e del terziario più qualificato non esistono strumenti diffusi di ammortizzatori sociali (le prime esperienze riservate ai grandi operatori non sono ancora nemmeno conosciute) e di fatto per molti la seconda chance, a cui tutti dovrebbero aver diritto, diventa aprire «al buio» la partita Iva. Per cui è vero che il popolo dell’Iva cresce di numero e veleggia tra gli otto e i nove milioni ma è chiaro che diventa sempre di più uno strumento onnicomprensivo che accomuna winners e losers, vincitori e sconfitti. C’è la sensazione, però, che nella politica qualcosa si stia muovendo per provare ad aggiornare il welfare italiano e adattarlo ai mutamenti del mondo del lavoro e della composizione sociale. Il ministro Maurizio Sacconi ha licenziato di recente la stesura finale del Libro Bianco a cui seguiranno i piani d’azione per i diversi ambiti di riforma. E lo stesso ministro ha annunciato che sta lavorando a uno Statuto dei Lavori, che dovrebbe rimodulare il vecchio sistema delle garanzie e riequilibrare rischi e tutele. Nei prossimi giorni a Venezia la Lega Nord presenterà un’organica proposta di Statuto del Lavoro Autonomo.

Anche nel Pd la riflessione è in corso ed è appena uscito un quaderno di Italianieuropei interamente dedicato al tema e che si apre con una significativa autocritica di Giuliano Amato. «Certo è che il lavoro autonomo non è entrato né nell’anima né nella cultura della sinistra e dei progressisti in genere, basta pensare al lavoro professionale, di cui essi hanno saputo vedere soltanto le propensioni e le coperture anticoncorrenziali». Ed è proprio questo l’altro tema che non va eluso nel momento in cui la recessione morde e gli studi chiudono. Per anni la linea di divisione sulla questione professionale è passata tra sostenitori delle liberalizzazioni e difensori degli Ordini. Grazie anche a una massiccia presenza di parlamentari avvocati e medici la resistenza ha avuto la meglio sull’innovazione e non si contano più i progetti di riforma rimasti lettera morta. Il guaio è che mentre nel mondo politico si combatteva questa nobile tenzone, l’economia— o se preferite la crisi — decideva per conto suo. Mentre le istanze di liberalizzazione e di apertura dovevano servire a far crescere il mercato e ad aumentare i soggetti in campo, la recessione ha segnalato quello che potremo definire con terminologia industrialista «un eccesso di capacità produttiva», ovvero un’offerta sovrabbondante e non competitiva. È da qui che bisognerà giocoforza ripartire ed è una sfida per gli uni e per gli altri, per i liberisti e per i conservatori.

titolo: Allarme occupazione
autore/curatore: Dario Di Vico
fonte: Corriere della Sera
data di pubblicazione: 21/09/2009

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