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10 buoni motivi per scegliere AssoCounseling


 
Con la fine di questo anno termina il mio mandato di Presidente di Federcounseling. Voglio anzitutto ringraziare chi mi ha accompagnato in questi tre anni: Massimiliano Babusci, Chiara Bartoletti, Annaguya Fanfani e Luisa Lauretta del Consiglio Direttivo. Tina Buzzese, Candida Mantini e Danilo Toneguzzi del Collegio dei Probiviri. Colleghi seri e preparati che, con me, hanno condiviso questa esperienza, la prima in Italia.

È dunque arrivato il tempo di bilanci e di riflessioni.

Federcounseling nasce nel 2013, sulla spinta propulsiva del lavoro iniziato dal Coordinamento Italiano delle Associazioni di Counseling, con due precisi obiettivi: definire delle regole condivise per i counselor italiani e avvicinare gli standard italiani a quelli degli altri paesi (requisiti formativi, prassi professionali, etc.).

Inizialmente la federazione si compone di quattro associazioni, che sono anche i suoi membri fondatori: Associazione Italiana Counselling (AICo), Associazione Nazionale Counselor Relazionali (ANCoRe), AssoCounseling e Società Italiana Counselor e Operatore Olistico (SICOOl). Successivamente aderiscono a Federcounseling altre tre associazioni: Associazione Professionale Counseling (AProCo), FAIP Counseling e REICO.

Oggi dunque Federcounseling conta al suo interno sette associazioni e si trova a rappresentare circa 5-6.000 professionisti.

Fin da subito decidiamo che le varie associazioni che compongono la federazione hanno tutte - in relazione agli equilibri interni - lo stesso peso, questo a prescindere dalla rappresentatività. Decidiamo dunque una quota di adesione uguale per tutti e una sostanziale condivisione delle spese e dei costi.

Il Consiglio Direttivo da me presieduto ha sempre cercato di non prendere decisioni a maggioranza, ma di favorire una sintesi interna che di fatto lo ha trasformato in una sorta di "organo collegiale".

Personalmente non sono mai stato convinto fino in fondo di questa impostazione, ma in fase costitutiva e attuativa ritenevo che dovesse prevalere la ricerca di una compattezza interna e un principio inclusivo.

Intendiamoci: lo rifarei e non cambierei una virgola di quanto deciso all'epoca - peraltro con l'accordo di tutti - proprio perché i tempi imponevano una scelta di assoluta responsabilità.

Erano i tempi del "diventa counselor in tre giorni", dei diplomifici che lavoravano giorno e notte, delle associazioni che iscrivevano chi parlava con gli angeli (e non aveva una minima formazione in counseling) e gli attriti tra la comunità dei counselor e quella degli psicologi avevano raggiunto i picchi più alti.

Benché non scritta nello Statuto né in alcun regolamento, di fatto si è andata strutturando anche un'altra prassi ovvero quella di assumere, anche sul piano più squisitamente assembleare, decisioni all'unanimità.

Se da una parte questa impostazione ha effettivamente consentito - per la prima volta dagli anni '90 - un ricompattamento delle associazioni di categoria (di fatto 7 associazioni su 10 hanno deciso di darsi delle regole comuni) e una comunità di intenti, dall'altra ha tuttavia rallentato alcuni processi decisionali.

Oggi nella sostanza Federcounseling non è nelle condizioni di prendere decisioni autonomamente, ma al massimo di svolgere un'azione di raccordo e propositiva. Azione che, necessariamente, deve passare dal vaglio e dal consenso unanime delle varie associazioni che compongono la federazione. Associazioni che, a loro volta, devono rendere giustamente conto delle decisioni ai propri associati. Non solo: in alcuni casi anche alle scuole di formazione che gravitano nell'orbita associativa.

D'altra parte se, come qualcuno ha proposto, Federcounseling venisse potenziata e cominciasse a erogare servizi direttamente ai counselor, non si capirebbe più il senso dell'esistenza stessa delle singole associazioni.

Questo è un passaggio critico: se da una parte togliessimo alle associazioni il rilascio dell'attestato di qualità e di qualificazione dei servizi professionali di counseling, la stipula e la distribuzione di una copertura assicurativa, lo sportello del cittadino ai sensi della Legge 4 e del Codice del Consumo, i servizi informativi, etc. e dall'altra le impegnassimo a seguire i medesimi standard (definizione della professione e del professionista, livelli di competenza, requisiti minimi per l'iscrizione, etc.), di fatto le associazioni diventerebbero né più né meno che un passacarte: da una parte acquisirebbero la quota sociale dai propri singoli iscritti e buona parte di essa la girerebbero alla federazione (per consentire l'espletamento delle sue funzioni), dall'altra acquisirebbero documentazione dai propri soci e la inoltrerebbero alla federazione.

Questo è stato sperimentato, tra il 2015 e il 2016, in occasione del rilascio del Certificato europeo di counseling da parte della European Association for Counselling (EAC): ogni counselor interessato al certificato ha inviato la richiesta e i documenti alla sua associazione di riferimento e questa ha inoltrato il tutto alla federazione che, a sua volta, li ha inviati all'associazione europea. Questi passaggi di richieste e documenti sono inoltre coincisi con un passaggio di denaro: dal socio all'associazione, dall'associazione alla federazione, dalla federazione all'associazione europea.

Meccanismi di questo tipo, come è facile comprendere, sono molto farraginosi.

In occasione del convegno della International Association for Counseling (IAC) tenutosi a Malta lo scorso luglio ho lanciato l'idea - supportato da alcuni colleghi - di iniziare a valutare una possibile fusione delle associazioni.

Segnali anticipatori si erano avuti anche al convegno di AssoCounseling dello scorso aprile, durante la tavola rotonda dei presidenti di Federcounseling, in cui il Presidente di AssoCounseling aveva fatto un appello analogo.

Federcounseling da organismo aggregativo sarebbe diventata un'associazione, le sette associazioni che compongono la federazione si sarebbero sciolte e tutti i rispettivi soci sarebbero confluiti nel nuovo soggetto.

Unirsi per crescere, sarebbe stato lo slogan.

A mio avviso il tema della riorganizzazione degli assetti non era un tema più rimandabile: definire nuovi e più grandi ambiti in corrispondenza di un'area omogenea, acquisire un maggior potere contrattuale, acquisire una maggior autorevolezza verso la società, le istituzioni e la politica, lavorare attraverso economie di scala per favorire gli associati e soprattutto allargare i confini che oggi sono molto più piccoli di quelli utilizzati di fatto dai counselor.

Un counselor infatti si forma in una scuola il cui corso triennale è riconosciuto dall'associazione A, poi si iscrive all'associazione B, assiste al convegno dell'associazione C, si fa supervisionare da un socio dell'associazione D e frequenta corsi di aggiornamento riconosciuti dall'associazione E.

Ad oggi, purtroppo, dopo molti incontri e molte riunioni alla presenza dei rispettivi presidenti, le associazioni hanno valutato che non esiste un margine di praticabilità abbastanza ampio per portare avanti questa operazione: 3 associazioni hanno dato la loro piena adesione al progetto, 1 associazione si è detta possibilista e 3 hanno rifiutato.

Ho sempre avuto in testa un disegno molto chiaro: in assenza (in attesa) di una regolamentazione statale, occorre organizzarsi sul modello statunitense, più che su quello inglese. Da una parte un grande organismo che raggruppi tutti gli enti formativi, dall'altra un grande organismo che raggruppi tutti i professionisti. Da una parte un ente che si occupa di formazione, dall'altra un ente che si occupa di certificazione professionale.

Questi due organismi, costantemente dialoganti, si dovrebbero a loro volta interfacciare con tutti i portatori di interesse: i consumatori, le università, le istituzioni, etc.

Lo scorso anno era nata l'Associazione delle Scuole di Counseling (ASCo) e forse anche per quello ho creduto che i tempi potessero essere maturi per parlare di fusione e costituire così, dopo il polo formativo, anche il secondo polo: quello professionale.

Questo, ribadisco, ad oggi non pare possibile. Rimango tuttavia della mia idea: una decina di associazioni di counseling (si va da associazioni che rappresentano poche decine di iscritti ad associazioni che ne rappresentano non più di duemila) sono troppe.

Non posso però, grazie anche all'esperienza acquisita durante questo mandato, non pormi un problema relativo al futuro professionale di tutti noi: fusione o non fusione quei temi da me sollevati (potere contrattuale, autorevolezza, etc.) e in realtà ampiamente condivisi dagli altri dirigenti non solo continueranno ad esserci, ma diventeranno centrali.

Importanti sfide infatti ci attendono domani: alcune sul fronte interno, altre su quello esterno.

Riconoscimento, legittimazione, implementazione della professione. Ma anche Europa, armonizzazione dei curricula formativi, libera circolazione delle professioni.

L'anno prossimo dovrebbe avviarsi la Consensus conference sul counseling promossa dal Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi (CNOP) e sempre il prossimo anno il Consiglio di Stato si dovrà pronunciare sul ricorso, presentato sempre dal CNOP, verso il Ministero dello Sviluppo Economico e il Ministero della Salute.

Sul fronte europeo siamo in una situazione di stallo nei confronti della European Association for Counselling (EAC). A seguito delle dimissioni del Presidente Seamus Sheedy e del Segretario Generale Jesmond Friggieri si è creata una situazione di sostanziale immobilismo. Abbiamo chiesto con forza la convocazione di un'Assemblea straordinaria, con l'obiettivo di rieleggere tutto il gruppo dirigente e ridefinire gli obiettivi associativi. Per tutta risposta il Vicepresidente Yvonne de Kruijff si è auto-proclamata Presidente, rimandando al 2017 la convocazione dell'Assemblea. Abbiamo fortemente stigmatizzato questa prassi (non siamo a una gara sportiva, dove se il primo è squalificato, il secondo sale di gradino!), proposto dei correttivi e soprattutto presentato un piano organico di riorganizzazione e di ridefinizione dell'EAC.

Già nel novembre 2014 chiedevamo a EAC un cambio di rotta e una incisiva azione a livello europeo, scrivendo: "Ritengo pertanto che la politica di EAC non possa che prevedere, per gli anni a venire, una incisiva azione a livello europeo, cui necessariamente deve seguire, da parte delle singole associazioni nazionali e/o coordinamenti, la volontà di trasportare nei singoli spazi nazionali tale politica".

La situazione non è semplice poiché c'è troppa disomogeneità tra i vari paesi coinvolti (differenze culturali, normative, giuridiche, etc.) e proprio per questo a nostro avviso la priorità doveva e deve essere un'azione di sintesi da parte di EAC e un aiuto concreto, attraverso politiche attive e non solo, ai paese maggiormente in difficoltà.

Fortunatamente si stanno però aprendo prospettive interessanti con la International Association for Counselling (IAC) il cui Presidente, Dione Mifsud, abbiamo imparato a conoscere negli ultimi due anni e del quale apprezziamo le doti di grande equilibrio, competenza e attenzione ai problemi italiani.

A tal proposito posso annunciarvi fin da ora che Federcounseling aderirà allo IAC a partire dal 2017, così come deliberato dal Consiglio Direttivo nell'ultimo incontro di novembre.

La strada, insomma, sembra essere in salita.

Credo tuttavia che tutti insieme si possa intraprendere un percorso comune che ci porti a superare questa fase molto delicata. Occorre decidere in che direzione andare e seguire quella direzione con serietà e determinazione.

Mi congedo da voi facendovi i migliori auguri per queste imminenti festività natalizie, con la speranza che il 2017 sia un anno ricco di soddisfazioni professionali per ognuno di voi.

Un abbraccio

Tommaso

titolo: Relazione di fine mandato: quale futuro per la federazione?
autore/curatore: Tommaso Valleri
argomento: Politica professionale
fonte: Federcounseling
data di pubblicazione: 09/12/2016
keywords: Federcounseling, Legge 4/2013, fusione, unione, EAC, IAC

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